ma l'amor mio non muore

Il bisogno di credere nel mondo.

Sopra: “Cold Comfort”, Rune Guneriusse 2010.

“Se il mondo è diventato un brutto cinema al quale non crediamo più, un vero cinema non potrebbe contribuire a ridarci delle ragioni per credere nel mondo e nei corpi venuti meno?”.

Gilles Deleuze

Trovo che la gioia e la felicità non siano la stessa cosa. Così come per Friedrich Nietzsche buono non è il contrario di malvagio, per Baruch Spinoza gioia (o “gaiezza”, nel vocabolario di Nietzsche) non è il contrario di infelicità. Si trova su un asse molto diverso. La gioia può essere una rottura, anche molto dolorosa. Penso che Spinoza e Nietzsche volessero dire che la “gioia” è “affermazione”, è l’assunzione da parte del corpo dei propri potenziali, l’assunzione di una postura che rende più intenso il proprio potere d’esistenza. Il momento della gioia è quel momento di compresenza di tali potenziali, nell’ambito di un divenire corporeo. Può trattarsi di un’esperienza da cui veniamo sopraffatti.
Prendiamo Antonin Artaud, ad esempio. La sua pratica artistica era completamente concentrata sull’intensificare il potenziale corporeo, provare ad uscire o andare al di sotto delle categorie del linguaggio e del contenimento affettivo, riunendo ampi potenziali di movimento e di significato in un unico gesto, o di parole che esplodono in mille pezzi perdono il proprio significato convenzionale, diventando come un grido di possibilità, un balbettio del divenire, un corpo che si frammenta attraverso un’apertura nell’espressione. Artaud scrive: “sono un uomo che ha perduto la propria vita e che cerca in tutti i modi di farle riprendere il suo posto”. È liberatorio, ma allo stesso tempo, la carica di quel potenziale può diventare insopportabile e può realmente distruggere. Artaud stesso ne venne distrutto; fini per impazzire, e altrettanto capitò a Nietzsche. Non si tratta quindi di una semplice opposizione tra felice e infelice, o piacevole e spiacevole.
Tuttavia credo che la pratica della gioia implichi una qualche forma di fede. Non ci può essere scetticismo, nichilismo o cinismo totale, tutti meccanismi che ci permettono di mantenerci separati dagli altri in una posizione tale da poter giudicare o deridere. Ma dall’altro lato non parlo, di fede nel senso di una serie di proposizioni alla quali aderire o di una serie di principi o dettami morali. Di fronte alla rottura del legame tra uomo e mondo, Gilles Deleuze in “L’immagine-tempo”, assegna al cinema il compito di restituire “la credenza nel mondo … aldiqua o aldilà delle parole”. Il credito è legato al credere, al bisogno e alla necessità di credere nel mondo e non oltre il mondo, alla sua bellezza e alla sua vitalità, alla sua possibilità di essere il mondo per noi e non “nonostante” noi. In questo senso per Deleuze il cinema ha a che fare con la sensibilità, con la materialità di un mondo che ci restituisce come qualcosa di nuovo, non già-visto, dunque sorprendente. È la linea di Roberto Rossellini, di Jean Renoir, di Eric Romher, e ora la linea di Lav Diaz, Weeresethakul Apitchapong, Jia Zhangke: linea feconda e non interrotta che occorre continuare ad esplorare. All’opposto abbiamo lo screditamento del mondo, la sua negazione, in forma elusiva o aggressiva, malinconica o distruttiva: abitare la pendenza ripida del sospetto e della negazione può portare alla dissoluzione del mondo e di se stessi (sono le forme tragiche e melodrammatiche che hanno attraversato e attraversano il cinema). Scrive Deleuze:

“Bisogna che il cinema non filmi il mondo, ma la credenza in questo mondo, il nostro unico legame.
Ci si è spesso interrogati sulla natura dell’illusione cinematografica. Restituirci la credenza nel mondo, questo è il cinema moderno (quando smette d’essere brutto) Cristiani o atei, nella nostra universale schizofrenia abbiamo bisogno di ragioni per credere in questo mondo. È un’intera conversione di quella cadenza. Da Pascal a Nietzsche, era poi questa la grande svolta della filosofia: sostituire il modello del sapere con la credenza”.

“Credere nel mondo”, non è affatto una frase teologale – e nemmeno anti-teologale. È un’affermazione etica. Ci dice che dobbiamo vivere la nostra immersione nel mondo, sperimentare la nostra appartenenza, che è poi la stessa cosa del nostro appartenere l’uno all’altro, e vivere tutto intensamente insieme e non lasciare spazio per mettere in dubbio la realtà della cosa. L’idea è che l’intensità vissuta è autoaffermante. Non ha bisogno che un dio o un giudice e un capo di stato dicano che ha valore. Credo che ciò significhi che dobbiamo accettare di essere presi dentro, accompagnarlo, viverlo, ed è la nostra partecipazione a renderla reale ed è questo ciò che dice Deleuze, quando parla della fede, della fede del mondo: “Abbiamo bisogno di un’etica, di una fede, e questo fa ridere gli idioti; non è un bisogno di credere a qualcosa d’altro, ma un bisogno di credere a questo mondo qui, di cui gli idioti fanno parte”. Non è una fede che riguarda l’essere nel mondo, è l’essere nel mondo. Ed è una fede di tipo sperimentale, poiché è tutta questione di essere in questo modo, guerre comprese, e non in un qualche altro modo perfetto o in un futuro migliore. Una fede etica, sperimentante – e creativa, dal momento che la nostra partecipazione nel mondo è parte di un divenire globale. È questione di trarre gioia da questo processo, ovunque questo processo ci porti, e immagino che sia questione di avere una certa fede nel mondo, che è semplicemente la speranza che esso continui. Ma non si tratta di una speranza che ha uno specifico contenuto e punto d’arrivo – è semplicemente il desiderio di avere più vita, o di avere di più dalla vita.

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