omnivore

We are dancing together.

“Quel che distingue i viaggi non è la qualità oggettiva dei luoghi né la quantità misurabile del movimento – né qualcosa che sarebbe soltanto nella mente – ma il modo di spazializzazione, la maniera d’essere nello spazio, la maniera d’appartenere allo spazio”

Gilles Deleuze, Félix Guattari, “Millepiani” (Cooper/Castelvecchi 2003).

Métamorphoses du corps.
Ogni lavoro di Yasmine Hugonnet articola nuove domande sul rapporto tra forma, immagine e sensazione, sull’origine e il formarsi dell’immaginario, sulla de-costruzione del linguaggio coreografico. Nel 2010 ha fondato la compagnia Arts Mouvementés con cui ha realizzato quattro progetti: “Le Rituel des Fausses Fleurs” (2013), “Le Récital des Postures” (2014), la “Traversée des Langues” (2015) e “La Ronde/Quatuor” (2016), ma è in “Le Récital des Postures” che va cercata la matrice strutturale del suo lavoro, una straordinaria ricerca sulla nozione di “presenza” in tutti suoi aspetti.

Scrive la Hugonnet nella presentazione del progetto:

“La mia prima intenzione è quella di cercare una posizione del corpo sul palco che possa comporre impegno intenso e abbandono. Una postura in grado di unire intensità di azione e di ascolto.
Il corpo è il mio strumento, uno strumento di metamorfosi e di erosione, parlo attraverso di lui, negozio. Il corpo prende una forma e allo stesso tempo la riceve dal pubblico. Ogni postura attiva una rete di intenzioni e di attenzioni fatta di strati sensoriali, emozionali e simbolici”.

Le Récital des Postures teaser from Yasmine Hugonnet on Vimeo.

Les Variations.
“Le Récital des Postures” – già visto alla Biennale Danza di Venezia in versione “Extentions” una variante del progetto originale per sette interpreti – è stato presentato al Teatro India nell’ambito del Romaeuropa Festival 2016.
Il progetto della Hugonnet ricorda un testo in cui Glenn Gould scrive alcune note sulle Variazioni Goldberg (“L’ala del turbine intelligente. Scritti sulla musica”, Adelphi 1993): “Il tema non è terminale ma radiale, le variazioni percorrono non una retta ma una circonferenza, un’orbita di cui la passacaglia ricorrente costituisce il punto focale”.
Secondo Gould, nella logica della variazione bachiana, non c’è una successione in un prima e un dopo, del tipo: accade un fatto e lo racconto. Analogamente per la Hugonnet la danza non mostra mai ciò che è accaduto o che accade. Il danzatore è colui che sta nell’accadere. Sta nel mezzo di qualcosa che è già stato detto e che la danza può solo ripetere.
E cos’è che si può ripetere?
Conosciamo l’espressione di chi frequenta l’arte: “è già stato detto tutto”. Come si fa a essere originali su qualcosa che è già stato detto?
Per la Hugonnet, l’interprete, non deve pensare secondo scansioni temporali (per fasi successive) ma come se si muovesse su dei piani.
Il concetto di “piano” riveste un’importanza cruciale. Il piano non è una linea, non è una successione di fatti, ma una contemporaneità, un campo di forze, un’immanenza che coinvolge diverse esperienze vitali: il linguaggio coreografico e la duttilità del corpo, la plasticità della voce dell’esecutore e gli spettatori.
La drammaturgia viene costruita in questo triangolo, in questo spazio di risonanza, attraverso l’accumulo successivo di posture che scolpiscono il corpo scenico.

In una conversazione con Piersandra Di Matteo pubblicata su alfabeta2 la Hugonnet dice:

“La ricerca che conduco su fissità, emissione vocale, controllo e abbandono del gesto, si fondano su diverse tattiche di negoziazione per accogliere o rigettare i cambiamenti che, da una situazione di partenza, producono trasformazioni parziali di alcuni elementi anche minimi. Mi attrae enormemente quel momento in cui uno stato si trasforma in quello successivo”.

E ancora:

“Quello che m’interessa è muovere dalla superficie alla profondità, e viceversa. Si tratta di operare contemporaneamente su più piani, ognuno dei quali dipende da come li guardi e li componi… Credo sia la porta d’accesso per una ricerca archeologica che compone una storia dell’uomo attraverso corpo e gesti”.

La posture et l’imaginaire.
Per la Hugonnet i nostri corpi sono un serbatoio d’immagini, di posture provenienti da esperienze personali, dalla cultura e delle sue rappresentazioni.
Allora cosa ci spinge a identificare la postura di un corpo come buona o cattiva, forte o debole, pigra o efficiente…? Cosa accadde negli interstizi tra queste posture opposte?

“Raccolgo posture senza nome e tentativi per riappropriarmi di quelle che mi sembrano conosciute, per interrogarle. Per questo, gioco con i parametri che compongono la postura: l’intenzione (direzionale, muscolare), il tono, la forma, figura, potenzialità espressive, la sensazione, l’attenzione, l’immaginazione… Considero la postura come un serbatoio che raccoglie risonanze su vari livelli, sensoriale, immaginario, simbolico. Un contenitore che altera il suo contenuto”.

La scrittura coreografica è il risultato di una esplorazione, la messa in moto del corpo, della sua struttura, dei suoi strati: ossa, pelle, organi… È un processo di de-gerachizzazione del corpo. In “Le Récital des Postures” i movimenti della Hugonnet sono appena percepibili, il corpo viene visto in uno stato di apparente fissità.
Ma come dice lei stessa: “L’immobilità del corpo non esiste. Possiamo giocare su ciò che vogliamo che rimanga e su ciò che vogliamo che cambi”.
L’immobilità è un modo per “navigare”, viene impiegata per muoversi “all’interno” della postura, per spostare il punto di ancoraggio del corpo.

“Cerco di far vibrare il rapporto tra l’essere in-postura e l’im-postura del corpo. Cerco di indagare fino in fondo, senza preconcetti e censure, senza processi identificativi, come si “compone”, come si “negozia” una postura: gli aggiustamenti, le regolazioni che facciamo per farla “quadrare”, per farla “corrispondere” al nostro immaginario”.

Come scrive Giorgio Agamben ne la postfazione all’edizione nottetempo de “L’esausto” di Gilles Deleuze, l’essere: “… è innanzitutto, nelle posture e nelle imposture del corpo. Nella stanchezza, in cui la coscienza sembra allentare la presa e quasi disdire il suo abbonamento all’esistenza, è in realtà ancora l’essere che appare, in un evasivo ritardo rispetto a se stesso e come in un’intima lussazione. Si è dinoccolato e spostato e quindi mi sfugge e non riesco a afferrarlo: ma “c’è””.
Mantenere, tenere, conservare sempre qualcosa di una postura e al contempo di alterane un aspetto, una piccola parte, per far si che chi guarda ponga l’attenzione su ciò cambia, su come il suo sguardo, il suo immaginario, si appropria dei nuovi contenuti. Questo processo di composizione produce uno spazio speciale che include il performer e lo spettatore. Il performer deve essere estremamente coinvolto nel sintetizzare mentalmente delle figure, ma è anche sollevato dalla responsabilità di padroneggiare il senso del dramma di ciò che accade. O come scrive la coreografa svizzera:

“Mi piace considerare la forma dello spettacolo come un rito coreografico: in questo spazio vibrante che si crea tra performer e spettatore si assiste alla nascita dell’idea di un corpo. Ma questo corpo non è quello della danzatrice, è un corpo simbolico, archetipico, sociale. Il corpo è luogo della comunicazione.”.

Portrait d’une danseuse.

“Non viaggiamo per il piacere di viaggiare, che io sappia. Siamo stupidi, ma non fino a questo punto.”

Samuel Beckett

Un ritratto si dice ben riuscito quando coglie in un soggetto tutte le età. È un buon segno, dunque, se nel ritratto di un viso adulto, per esempio, si accendono tratti infantili o affiorano linee di invecchiamento: significa che il ritrattista ci sa fare.
In prima battuta, è possibile dire che ciò che si ritrae non va cercato nel presente, ma nella soglia che il soggetto, presentificato nella sua figura, varca per diventare ciò che è.
Ma in cosa consiste il volto di un autore?
Per conoscere un autore bisognerebbe guardare ogni “pagina” del suo lavoro in controluce, per intravedere il “foglio bianco” che le taglia trasversalmente tutte; dovremmo imparare a leggere negli intervalli tra un’esperienza e l’altra, tra un’idea e l’altra come per carpire l’inframmezzo bianco che trattiene insieme le righe d’inchiostro nero.
Un ritratto non impartisce nessuna lezione, né tantomeno sviluppa o trasmette qualche contenuto: la dimensione in cui l’immagine, i suoi piani, l’attore e il pubblico stesso circolano è quella del viaggio.

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“Le Récital des Postures”, foto Anne-Laure Lechat

Where Are we at Home?

“Mi piace immaginare che nei nostri viaggi, i suoni, rumori, i luoghi ci impregnino e che a causa di ciò il corpo si comporti diversamente”.

Yasmine Hugonnet

La vita Yasmine Hugonnet è un viaggio attraversato costantemente da distacchi, spiazzamenti e da “fughe”: gli anni della sua infanzia in Mali, la “frattura violenta” a causa della morte del padre, l’aprirsi di un imprevedibile spazio di libertà, il ritorno in Svizzera, le continue partenze strappata da un luogo a un altro.
L’incredibile famiglia italiana, la grande casa costruita dal nonno materno venuto dall’Italia sino a Veytaux dove il Château de Chillon domina il lago di Ginevra.
I primi passi nel balletto classico in “Les Sylphides” a Montreux, l’incoraggiamento della sua insegnante Ria Cheseaux a proseguire la formazione al Geneva Dance Training e il trasferimento con la madre sull’altro lato del Lago di Ginevra. Poi, appena diciottenne, a Parigi, al Conservatoire national supérieur de musique et de danse. Da lì si ramificano i successivi progetti.
Yasmine si muove sempre: “vado dove posso essere più creativa”. Dice, “Ho avuto un’educazione che mi ha sempre spinto ad essere creativa impiegando ciò che trovavo sul posto, attingendo da quello che era disponibile, senza vincoli”.
Dopo alcuni mesi a New York, trascorre quasi due anni in Taiwan, lavorando a un progetto per otto danzatori non vedenti ma continua a studiare storia dell’arte per corrispondenza. Poi in Olanda, a seguire un master in coreografia sempre senza smettere di ballare, di studiare, di continuare la sua ricerca; e ancora, in una compagnia norvegese partecipando a un lavoro che sarà eseguito in tutto il mondo.
Yasmine viene selezionata per partecipare alla Pépinières Européennes pour Jeunes Artistes, un’associazione per la promozione e l’organizzazione di programmi di residenza per giovani artisti e subito dopo lavora a progetti coreografici in Slovenia continuando a ballare a Losanna con la compagnia di Jean-Marc Heim.

Essere sempre ‘delocalizzata’ ma in una rete densa di progetti e di incontri rappresenta la vera forza della Hugonnet. Trovare una continuità nel suo lavoro nonostante i continui cambiamenti di esperienze e la poligamia geografica, imparando a vivere senza un centro. Forse negli anni, come scrive Agnes Heller in magnifico testo “Dove ci sentiamo a casa?” (“il Mulino” n. 3/94), imparando a decostruire l’idea stessa di casa.

“In ultima analisi”, dice la Hugonnet, “nel tempo, il mio lavoro è diventato la mia casa”.


 

Il sito internet di Romaeuropa Festival 2016.

I progetti di Yasmine Hugonnet (Vimeo):
Le Rituel des Fausses Fleurs
La Traversée des Langues
Le Récital des Postures
la RONDE / QUATUOR

I siti internet e contatti di Yasmine Hugonett:
https://yasminehugonnet.com
Facebook: https://www.facebook.com/yasminehugonnet/

Biennale Danza 2015 – Spettacoli / Performances. Alcuni momenti della Biennale Danza 2015: estratti dagli spettacoli di Annamaria Ajmone (Būan), Radhouane El Meddeb (Nous serons tous des étrangers), Yasmine Hugonnet (Le récital des postures – Extensions), Claudia Castellucci (Esercitazioni ritmiche).

Articoli/Interviste:
La poetica posturale di Yasmine Hugonnet” di Piersandra Di Matteo (alfabeta2, 2016)
Condivisione di un assolo. Conversazione con Yasmine Hugonnet” di Camilla Guarino (Biennale Danza 2015)

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