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NOI siamo cura.

Sopra: Nude, 1923 (ritratto di Tina Modotti). Fotografo: Edward Weston.

Dobbiamo tracciare la fenomenologia della parola cura. Per fenomenologia intendiamo il modo attraverso il quale una qualsiasi realtà, nel nostro caso la cura, diventa un fenomeno per la nostra coscienza, si manifesta nella nostra esperienza e plasma il nostro agire. In questo senso non si tratta di pensare e di parlare della cura come oggetto indipendente da noi, ma di pensare e di parlare partendo dalla cura così com’è vissuta e si struttura in noi stessi.

Noi non abbiamo cura ma siamo cura.

Questo significa che la cura possiede una dimensione ontologica che entra nella costituzione dell’essere umano. Un modo-di-essere dell’umano.
Senza cura non siamo più esseri umani.
In “Essere e tempo”, Martin Heidegger il filosofo che più di altri ha approfondito il tema della cura, ha mostrato che le realtà fondamentali come il volere e il desiderare si trovano radicate nella cura. Solo partendo dalla dimensione della cura esse emergono come realizzazioni dell’uomo. La cura è “una struttura ontologica sempre soggiacente”, la cura è tutto quello che un essere umano, intraprende, progetta, realizza. Per “struttura ontologica” Heidegger intende quello che entra nella definizione essenziale dell’essere umano da forma al suo agire. Quando parla di cura come “il terreno sul quale si muove ogni interpretazione dell’essere umano” ci dice che la cura è il fondamento per ogni interpretazione dell’essere umano.

Forse il primo approccio al senso profondo della parola cura lo troviamo nella filologia. Come ci avvertono i filosofi, le parole sono gravide di significati esistenziali. In esse gli uomini hanno accumulato esperienze, speranze, ricerca, incontro, certezze, perplessità e immersione nell’essere.
Secondo i dizionari classici di filologia il temine deriva dal latino cura. Nella sua forma più antica cura in latino si scriveva “corea” ed era usata in un contesto di relazioni di amore e di amicizia. Esprimeva l’atteggiamento di premura, vigilanza, preoccupazione e inquietudine nei confronti di una persona o di un oggetto di valore.
Egidio Forcellini, nel suo “Lexicon Totius Latinitatis”, scrive che si dice “cūra” perché brucia il cuore. Alcuni filologi la fanno derivare dal verbo “quaero”: cercare, domandare, cercare invano, sentire la mancanza. Diciamo di essere presi da cura (“cura affici”), quando siamo impegnati in una cosa con grande zelo d’animo; la cura può essere abbinata a diligenza e timore. Perciò il significato di cura può essere duplice: cura, diligenza, attenzione; cura, afflizione, travaglio, affanno.
Cura sorge solo quando l’esigenza di qualcuno ha importanza per me. Incomincio allora a dedicarmi a quella persona, mi dispongo a divenire partecipe del suo destino, delle sue ricerche, delle sue sofferenze e dei suoi successi, in altre parole della sua vita.
Cura significa allora premura, sollecitudine, diligenza, zelo attenzione, delicatezza.
L’atteggiamento di cura però può provocare anche inquietudine e senso di responsabilità. Così ad esempio: “Questo bambino è oggetto delle mie cure”. Un antico detto così si esprimeva: “chi ha troppe cure non dorme”. Il latini conoscevano l’espressione “dolor amori” (dolore d’amore) per esprimere il riguardo, inquietudine e la cura nei confronti della persona amata.
Quindi di sua natura, cura include due significati di fondo intimamente legati tra loro. Il poeta latino Orazio osservava: “La cura è la compagna permanente dell’uomo”. Che vuol dire: la cura accompagna sempre l’uomo perché egli non smetterà mai di amare e prendersi cura di qualcuno (primo significato) e non smetterà di preoccuparsi e inquietarsi per la persona che ama (secondo significato). Se non fosse così, non si sentirebbe coinvolto con essa e mostrerebbe negligenza e non-cura per la sua vita e il suo destino. Al limite manifesterebbe indifferenza, che è la morte dell’amore e della cura.

I due significati confermano la convinzione che la cura è più di un atto singolo o una virtù accanto alle altre. È un modo di essere-nel-mondo. Quando dico essere-nel-mondo rifacendomi a Heidegger, non desidero esprimere una determinazione geografica come essere nella natura. Questa può esservi inclusa, ma il significato di essere-nel-mondo è qualcosa di più ampio. Indica un modo di esistere e co-esistere, di essere presente, di navigare attraverso la realtà e di essere in relazione con ogni cosa nel mondo. In questa co-esistenza e convivenza, in questa navigazione, in questo gioco di relazioni, l’essere umano progressivamente costituisce il proprio essere, la sua auto-coscienza e la sua identità.
Per proseguire la riflessione dirò che ci sono due modi principali di essere-nel-mondo da cui emerge il processo di costruzione umana: il lavoro e la cura.

Il modo di essere-nel-mondo con il lavoro avviene nella forma di inter-azione e di intervento. L’essere umano non vive in un riposo biologico con la natura. Al contrario inter-agisce con essa, cerca di conoscerne le leggi e i ritmi e interviene per costruire il proprio “habitat”. Con il lavoro crea delle variazioni, delle differenze nel processo di evoluzione, introduce realtà che l’evoluzione non sarebbe in grado di produrre. Con il lavoro co-pilota attraverso progetti e strategie i processi della natura creando un sistema che integra natura e cultura e li fa co-evolvere.
La logica dell’essere-nel-mondo nella modalità del lavoro si situa al di sopra delle cose per dominarle e collocarle, per oggettivizzare la realtà, per renderla oggetto della ragione collocandola al servizio di interessi personali e collettivi negandole però l’autonomia che essa possiede.

L’altro modo di essere-nel-mondo si realizza attraverso la cura. La cura non si oppone al lavoro ma gli conferisce una differente tonalità. La relazione con realtà non è più soggetto-oggetto, ma soggetto-soggetto. Attraverso la cura sperimentiamo gli esseri come soggetti, come valori. L’uomo non esiste, coesiste con gli altri. In questo caso la relazione non è di dominio ma di convivenza.
Prendersi-cura-delle-cose-del-mondo implica avere intimità, sentirle, accoglierle, rispettarle. Prendersi cura significa entrare in sintonia con. La ragione analitico-strumentale lascia il posto alla ragione cordiale, all’”esprit de finisse”, allo spirito di delicatezza, alla fragilità che come ben descrive Miguel Benasayag in “La fragilité” – La Découverte 2007 è una condizione fondamentale di esistenza, un sentimento profondo.

“Spinoza ha scritto che gli uomini si pensano liberi essendo all’oscuro delle loro catene. Ma questa libertà immaginaria è ciò che ci permette  di raggiungere una posizione in cui il destino non è più il nemico della libertà. Lontano dall'”ingegneria umana”, la fragilità progetta un’idea di mondo e cerca di applicarla per aiutaci a superare la virtualizzazione della vita. La fragilità è dunque una condizione fondamentale della nostra esistenza: ci dice che abbiamo un legame fondamentale con gli altri, ci dice che siamo ontologicamente legati”.

La centralità non è più occupata dal “logos” ragione, ma dal “pathos” sentimento.
Un valore non più utilitarista, pensato solo per proprio uso, ma il valore intrinseco delle cose. Al posto dell’aggressività trova spazio la convivenza a fianco dell’altro, assieme a lui.

La nostra grande sfida di oggi è unire il lavoro alla cura. Lavoro e cura non si oppongono, si compongono. Si limitano e allo stesso tempo si completano.
La cura è stata ingabbiata, diffamata da una cultura maschile oppressiva come una femminilizzazione dell’agire, come impedimento all’oggettività, come ostacolo all’efficienza, sino a trasformala essa stessa in un lavoro, in un servizio a pagamento.
Ma il riscatto della dimensione di cura non si ottiene a danno del lavoro, bensì attraverso una forma diversa di intendere e realizzare il lavoro.
Dare centralità alla cura significa rinunciare alla volontà di potere, significa rifiutare ogni forma di dispotismo e dominazione. Significa imporre limiti all’astrazione del mondo. Significa trasformare il lavoro in un modo di avvicinarsi al mondo e ascoltarlo.

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