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Cooking fast die young.

“Lascia che la gente copi o fotografi i tuoi dipinti. Distruggi gli originali.”

Yoko Ono, 1964.

“Ogni cuoco che sostiene di farlo per amore è un bugiardo. Alla fine della giornata è tutta una questione di denaro. Non ho mai creduto che avrei mai potuto pensarla così, ma lo faccio ora. Non mi piace. Non mi piace dovermi uccidere sei giorni alla settimana per pagare la banca… Se non hai soldi non si può fare nulla; sei un prigioniero della società. Alla fine della giornata è solo un altro lavoro. È tutto sudore e fatica e sporcizia: è la miseria”.

Marco Pierre White, “White Heat”, 2000.

”Il prossimo mese arriverà un ragazzo nuovo”, chi parla è Raymond Blanc, – lo chef proprietario de Le Manoir aux Quat’Saisons, a Gran Milton, – a circa un terzo del libro “The Devil in the Kitchen. La vita dannata di uno chef stellato” il memoir di Marco Pierre White appena pubblicato in Italia da Giunti.

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“Il suo nome è Marco White, ha lavorato per Albert Roux, Pierre Koffmann e Nico Ladenis. Ed è ancora vivo”.
Questi chef è probabile che siano sconosciuti alla maggior parte delle persone, ma come racconta nel libro White, a Londra nel 1980 erano i re della cucina inglese e avevano caratteri particolarmente difficili.
Il punto è che anche il giovane Marco Pierre White era un ragazzo difficile, resistente ad ogni forma di “bollocking”, il termine preferito di White per descrivere la rituale aggressività riversata sul personale in cucina (“bollocking” nel libro viene tradotto con “sgridato” ma non rende esattamente l’idea, è più simile a “cazziato”).

Scrive White sul clima che si respirava nel 1981 a “Le Gavroche” di Albert Rouxe:

“La gerarchia manteneva ciascuno al proprio posto… Durante il servizio Albert era il capo chef, e abbaiava le comande al pass controllando che ogni ordine uscisse insieme. Era il sergente maggiore, mandava fuori il cibo, urlava, scacciava chiunque gli intralciasse il cammino e nessuno osava disobbedirli. Quando era al passe non gli sfuggiva nulla. Vedeva tutto, e se non toccava i piatti con le sue mani – ridisponendo gli ingredienti per perfezionare l’impiattamento – toccava i piatti con gli occhi, una cosa molto importante. Fuori servizio Albert era lo chef aprono – il generale – che se ne stava nel suo ufficio a creare i menù, a sistemare scartoffie e trattare con i fornitori. A volte entrava in cucina per condurre delle ispezioni. Apriva il frigorifero e sbirciava dentro, e se qualcosa era fuori posto – un frutto troppo maturo, forse, o una ciotola di salsa non perfettamente pulita – chiamava a gran voce il capo chef,  René, e lo conciava per le feste. “Questo frigo è una merda. Che succede?” René si beccava la lavata di capo di Albert e poi la ripeteva a i suoi sottoposti. René sgridava lo chef de partie. Lo chef de partie sgridava il primo commis. Durante queste ispezioni raramente Albert se la prendeva direttamente col commis: la gerarchia andava rispettata. I giovani chef trascorrevano un anno al Gavroche per mettere su curriculum, poi se andavano. Sin dal promo giorno iniziavano a formulare la lettera di dimissioni, ma a causa del grande carisma di Albert se la facevano sempre addosso quando arriva il momento di consegnargliela”.

Diversi anni dopo, nel gennaio del 1987, Nigel Platts-Martion e Richard Carr, due imprenditori immobiliari chiesero a White di lavorare con loro. Così, ad appena 26 anni, si ritrovò socio e capo chef dell’Harveys, un bar di Belluve Road trasformato in ristorante. Ma il battesimo di White non si rivelò semplice.

Scrive White:

“Senza del buon cibo l’Harveys non sarebbe mai decollato.
Sapevo che non sarebbe stato semplice. Dopotutto avevamo rilevato un modesto locale che serviva hamburger a Wandsworth, non un raffinato ristorante a Mayfair. Il design degli interni era da incubo, ma non avevamo i soldi per rimodernarlo. La cucina era minuscola, e nemmeno per quella avevamo i soldi da investire”.

È all’Harveys che Marco Pierre White acquisì la reputazione di chef “dal peggior carattere, mercuriale e dispotico” ma anche di grande scopritore di talenti e di straordinario talento della cucina inglese.
“Una cucina” quella di White, scrive Andrea Petrini, uno dei maggiori influencer e talent scout della gastronomia, “allestita in campo di battaglia, teatro di guerra, il servizio di un’eroica battaglia strappata a campo aperto al nemico, con la vittoria finale, l’armistizio della labile pausa tra due round forse per commemorare pure i tanti caduti sul posto di lavoro”.

Bill Buford, scrittore e giornalista americano, autore del libro “Calore. Le avventure di un dilettante come sguattero, cuoco di partita, pastaio e apprendista di un macellaio toscano che recita Dante” (Fandango Libri 2007) racconta la terrificante esperienza di Mario Batali (che molti anni dopo diventerà uno chef e un ristoratore di successo a New York) con White:

“La parole preferita di White era ‘navvy’, una parola britannica per indicare un lavoratore non qualificato addetto ai compiti più pesanti. “Sai eravamo solo noi due in cucina” ricorda Batali, “e secondo lui io non friggevo bene né le patate, né le zucchine, o quel che era, e mi diceva di saltare i piselli piuttosto, mentre lui se ne stava in un angolo a fare qualcosa di teatrale con sei aragoste e tuo a un tratto mi chiedeva e faceva: ‘Portami i pisellini, subito’, al che io, ubbidiente glieli portavo. ‘Ecco i qui i pisellini, padrone’, ma non gli piacevano mica. ‘Non vanno bene, coglione. Li hai cotti troppo, testa di cazzo. Li hai rovinati stupido navvy. Ma io non sono americano e non capivo cosa significava ‘navvy’, e allora rispondevo cose del tipo: ‘Navvy qui, navvy là, se non ti piacciono i miei pisellini preparateli da solo’, il che lo faceva imbestialire ancora di più. Un’altra volta picchiò un ragazzino irlandese che lavava i piatti. ‘Metteva paura’, ricorda Batali”.

White non è particolarmente famoso negli Stati Uniti mentre lo è senz’altro un suo ex protetto, Gordon Ramsay, oggi chef stellato, ristoratore e star televisiva di reality di successo come Hell’s Kitchen, Kitchen Nightmares, MasterChef, MasterChef Junior (tutti trasmessi in Italia da Sky).
Ramsay ha lavorato con White da Harveys per due anni assorbendone il modo di lavorare, i ritmi massacranti e i modi spicci e aggressivi con i collaboratori.
White ne parla in questo modo:

“La mia brigata doveva soffrire, spingersi oltre i limiti – solo così avrebbe scoperto find ove poteva spingersi. Io li costringevo a prendere delle decisioni. Se se ne andavano tanto meglio: avevano deciso che una cucina stellata (White ha preso la prima stella Michelin nel 1987, anno di apertura di Harveys e la seconda l’anno successivo a soli 26 anni) non era cosa per loro.
guardate tutti quelli che sono rimasti, quelli che ci sono riusciti e si sono addirittura divertiti. Oggi sono considerati fra i migliori chef del paese e vengono tutti dalla minuscola cucina dell’Harveys. Sto parlando anche di Gordon Ramsay. Gordon arrivò nel gennaio del 1988, dopo aver chiamato per chiedere se c’era posto… All’epoca lavora per un ristorante di Soho e, durante una breve pausa, aveva letto una mia intervista. Mi aveva trovato assolutamente fuori controllo, un tantino pazzo, e gli aveva ricordato un po’ Gesù, così aveva tirato su la cornetta e aveva chiamato. Lo assunsi e, quando arrivò il primo giorno lo trattai come trattavo tutti gli altri. Avrà anche lasciato la cucina in lacrime, ma poi ha vinto tre stelle Michelin”.

Ma al di là degli folklore è in questi anni che White impara a “pensare” da cuoco, che da forma alla sua idea di cucina remixando i classici della cucina francese. 
Distaccandosi dalla mischia, battendo i Maestri Francesi sul loro proprio terreno. Ma senza mai aver messo piede in Francia, White rubò il “Piede di porco farcito alle animelle” di Pierre Kofmann, sublimandolo in una versione ancora più tecnicamente estrema e personale. Più che una variazione una ricreazione totale, come una cover di uno standard jazz o un remix nella musica elettronica attuale. White, come scrive Massimo Bottura in una recensione del libro pubblicata su “la Stampa”, è stato il primo a praticare il citazionismo radicale. Ad aprire le porte a “GELINAZ!”, il collettivo d’avanguardia culinaria, ossessionato dalla copia della copia, dal morphing, dalla serializzazione sempre differente di un piatto originale, gruppo del quale sono uno degli storici cofondatori.
Bottura vede in White la stessa frenesia creativa, la vita messa in gioco in un possibile superamento della propria arte, il “live fast die young”, parola d’ordine punk ritrovata una decina d’anni più tardi nel modo di esprimersi di Inaki Aizpitarte a “Le Chateaubriand” di Parigi. Inaki, ovvero il basco creatore della rivoluzione inarrestabile dei nuovi bistrot, quella che in seguito sposterà l’attenzione da tavole eminentemente borghesi, dai ristoranti con le tovaglie di fiandra e i calici di cristallo ai tavoli spogli del “no frills” in cui l’attenzione è spostata solo sul piatto.

Marco Pierre White in cucina all’Harveys, su YouTube.

È in quel periodo che Marco Pierre White inizia a definire la sua filosofia di cucina, riprendendo i classici francesi, “copiando” i menù degli altri ristoranti collezionati negli anni, ma per “sfregiarli”, ridisegnarli, ribaltandone le convenzioni, e riformulandone il processo creativo. Scrive White:

“Si tratta della capacità di visualizzare il cibo nel piatto, come un’immagine nella mente, e poi ricostruirla nella realtà. Non c’è alcun motivo per cui anche chi cucina a casa propria non possa farlo. Cucinare è semplice: basta sapere cosa cui fare e perché lo vuoi fare. Troppi chef chef professionisti non sanno cosa cucinano.
Ad esempio, pensiamo per un attimo all’uovo all’occhio di bue. Non è certo un piatto che ispiri grandi cose, ma, appunto, se non sai cucinare un occhio di bue, dove pretendi di andare? E a dirla tutta, un occhio di bue cotto alla perfezione è qualcosa di bellissimo. Ragiona da cuoco e visualizza quell’uovo sul piatto”.

E ancora:

“Viviamo in un mondo dove tutto è già stato inventato, per come la vedo io. Chi dichiara di aver inventato un grande piatto si sbaglia. Qualcuno l’ha già fatto prima di lui. Clienti e critici erano entusiasti delle mie tagliatelle alle ostriche e caviale. Le salutavano come una grande ‘invenzione’. Ma io sono certo di non aver inventato nulla. Secoli prima che io nascessi la gente mangiava la pasta coi frutti di mare. Era solo il concetto ciò che avevo creato veramente…
dal primo giorno all’Harvey preparai il ‘Pied de cochon’ Pierre Koffman, la mia versione dello zampetto rielaborata in omaggio a lui. Rimase sempre in menù, di ristorate in ristorante, per i successivi dodici anni, finché non mi ritirai dalla cucina. Non avevo inventato lo zampetto, come non avevo inventato le tagliatelle con ostriche e caviale. Avevo solo reinventato”.

Una cosa è certa, Marco Pierre White ha anticipato di vent’anni l’immagine dello chef imprevedibile, aggressivo, ed è stato l’ispiratore di libri come “Kitchen Confidential. Avventure gastronomiche a New York” di Anthony Bourdain  (Feltrinelli  2012).
L’amicizia con Alan Crompton-Batt, PR di rockstar, la pubblicazione dello straordinario libro del fotografo Bob Carlos Clarke, “White Heat” (Miller/Mitchell Beazley 2000)” e l’edizione inglese di “The Devil in the Kitchen” uscita con il titolo incendiario “White Slave: The Autobiography” (Orion 2006) hanno contribuito a definirne e consolidarne fama e personalità.

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Nelle immagini di Clarke, White si mostra con il capello lungo e spettinato, aria truce, barba incolta, uno che aveva sempre la sigaretta in bocca e un’aria di sfida sprezzante, espressività da rockstar navigata, un “Mick Jagger dell’Aga” (l’Aga è la cucina economica tradizionale in ghisa), tanto che Anthony Boudain lo definirà come il primo, originale chef rock-star.
Vale la pena citare un omaggio a “White Heat” di Anthony Bourdain in un’intervista pubblicata su “Eather“, “Read Anthony Bourdain’s Tribute to White Heat“:

“Non so se riesco adeguatamente trasmettere a voi l’impatto che White Heat avuto su di me, sugli chef e sui cuochi della mia generazione, e di quelle successive.
Improvvisamente, c’era una vita pre Marco e una post Marco. Questo libro (White Heat), attorno al quale ci saremmo riuniti in cucina, aprendolo con cura su di un tagliere per esaminando con attenzione, ha cambiato tutto.
Era il 1990 a New York City, e nessuno di noi sapeva chi era Marco Pierre White. Benché alcuni di noi erano vagamente consapevoli di chi erano i grandi chef in Inghilterra, la scena di questo paese non era tenuta in grande considerazione. I nostri modelli, gli alfieri dell’eccellenza culinaria, generalmente erano grassocci ragazzi francesi, la maggior parte di loro più grandi di noi, e certamente non erano persone con le quali avremmo desiderato uscire la sera. La maggior parte di loro viveva in una terra lontana, una terra in cui si parlava un’altra lingua e questo non ci attirava per niente. Insomma pochissimi di loro sembravano realmente arrapanti.

“White Heat” è stato un libro controverso, innovativo, metà art book e metà libro di ricette, che mischia l’auto-biografia, l’alta cucina e la fotografia di moda (Bob Carlos Clarke ha lavorato per molte star del rock e per testate come Vogue), un libro coraggioso, sincero che ha certamente contribuito a ridisegnare l’immaginario sugli chef contemporanei.
Scrive White in “Devil in the Kitchen”:

“Per un certo periodo “White Heat” fu considerato il libro di cucina più influente di sempre, per il modo in cui ispirava i giovani cuochi a diventare chef. Era innovativo perché conteneva non soltanto scatti dei piatti, ma anche quelli in bianco e nero, tipici dei reportage, della vita nella cucina dell’Harveys. Quando uscì, nel 1990 “White Heat” divenne subito un classico. Comunicava il messaggio che se io, un giovane cuoco di Leeds coi capelli lunghi, ero approdato a Londra e avevo avuto successo, chiunque avrebbe potuto farcela. Un’occhiata alle fotografie di Bob forniva al lettore un affascinate sguardo sui cuochi sfiniti che devono vita ai piatti premiati con le stelle Michelin, e insegnava che sofferenza era sinonimo di passione. Insieme alle fotografie della brigata che prepara i piatti, fuma e scherza, ci sono citazioni che all’epoca illustravano il mio modo di vedere la vita”.

Marco Pierre White è nato a Leeds, città industriale del West Yorkshire, nel 1961. Suo padre, Frank, ha lavorato come vice-chef in diversi ristoranti della zona. Sua madre, Maria Rosa, una bella donna italiana di Genova, ha incontrato Frank nel corso di un viaggio a Leeds e lo ha sposato. Marco, con suo grade disappunto, è stato l’unico dei quattro figli White ad avere un nome italiano. Il suo secondo nome, Pierre, è nato da un suggerimento stravagante di una zia genovese e Marco lo ha tenuto segreto sino al 1987, quando, nel corso di un’intervista telefonica fatta a Egon Ronay, critico gastronomico del il Sunday Times di Londra, è stato costretto a confessarlo:

“Egon mi spiegò che aveva mangiato all’Harvey e che era stato un gran piacere. Voleva scrivere un pezzo ma prima voleva saperne di più su di me. “Da dove viene il nome Marco?”
“Be’, è solo un aparte del mio nome” gli dissi. “Il mio nome completo è Marco Pierre White. Mio padre era inglese, di qui il sogno White” Mia madre italiano, per questo mi chiamo Marco. Mia zia Luciana, la sorella di mia madre, se ne uscì con Pierre come secondo nome, non mi chieda il perché”.
Quando la recensione uscì rimasi estasiato dai commenti sul ristorante, ma sprofondai quando vidi che riferendosi a me aveva scritto Marco Pierre White. Il mio secondo nome, un segreto così a lungo custodito, non solo era svelato, ma era sulle pagine di un importantissimo quotidiano. Ovviamente nessuno se lo scordò più”.

È stata proprio quella recensione entusiastica del quotidiano londinese che messo l’Harvey sulla mappa dei ristoranti in cui valeva la pena andare.
Ma prima che le cose incominciassero a giragli bene, White ha fatto un lungo e difficile apprendistato nelle cucine suburbane inglesi, partendo dall’Hotel St. George a Harrogate, città termale nei pressi di Leeds.

White racconta il primo incontro con il capocuoco del ristorante come un vero proprio battesimo nel mondo delle cucine:

“Stronzetto”, mi gridò Sthephan Wilkinson, il capocuoco dell’hotel St. George. Benvenuto nel mondo della gastronomia. Ero li da una settimana e avevo fatto qualche passo falso. Bruciato un toast, forse. O avevo strapazzato troppo le uova?
Quell’ometto mi lanciò uno sguardo feroce con il suo alto cappello biancore il grembiule che sfiorava le scarpe, poi un alto grido uscì dalla sua bocca volgare. Era l’urlo di un sergente istruttore che si sentiva sopra il ribollire delle salse, lo spigolo della carne che frigge, il clangore del rame delle pentole contro il ferro dei fornelli, il sibilo di un coltello che affila l’altro: “Che cosa sei tu White? Che – cosa – sei?!”.
quel vortice di furia cieca mi travolse. “Un piccolo stronzo, chef” risposi. “Sono un piccolo stronzo”. Perdonate il linguaggio, ma nell cucine dove ho lavorato, le parole più usate erano due: “stronzo” e “sale”. Per il resto del dondola parola “stronzo” è considerata profondamente offensiva, ma nell’inferno delle cucine professionali i cuochi spesso si chiamano così l’un l’altro. Il punto è capiremo che tono viene detto, se cattivo: “Riprovaci, stronzo, e domani puoi andare a casa” – o buono – “A domani, stronzo”. A volte diventava un verbo: “La smetti di stronzeggiare”” Altre ancora un aggettivo: “Stronza di una padella!”. Quando Stephen mi chiamò strombetto, a confondermi fu solo quell’allusione akl fatto che fossi piccolo, dato che ero io a guardarlo dall’alto. E così mossi il mio primo passo sulla strada lunga, mortificante, ossessiva, segnata da nicotina e caffeina, fatta di notti bianche, tortuosa, appassionante che mi avrebbe portato alle tre stelle Michelin”.

White aveva solo 16 anni quando lasciò la scuola e iniziò a lavorare nella ristorazione. Scoprì molti anni dopo che le sue difficoltà con lo studio avevano anche a che fare con una forte e mai diagnosticata dislessia. “Un dislessico prima che la dislessia venisse veramente compresa, sono riuscito a trovare un conforto nella fisicità e nella sensualità della preparazione del cibo – la cucina era in suo elemento, mentre a scuola, scrive White, “per un tempo molto lungo ho pensato di essere un perfetto idiota”.

Racconta Bill Buford in “Calore”:

“Sono dislessico”, disse White, “una forma molto grave”. L’ho scoperto solo quando la maestra dei miei figli mia detto che avevano dei problemi – la dislessia è spesso ereditaria – e ho pensato: aspetta un attimo! Mi ricorda qualcuno!”. Mi racconto che poco tempo prima era andato a pescare con i suoi figli: “Siamo andati a prendere una barca e c’era un cartello che mi lasciava perplesso. Diceva: “pesca allo sgombro, no nemesi”. Rileggo: “Pesca allo sgombro, no nemesi”. Che cazzo vuol dire? No nemesi? L’ho riletto altre tre volte. Al che ho chiesto a mio figlio, Marco: ‘Marco, che cazzo è ‘no nemesi’ – sto gran parolone latino – che significa?” La parola era “omnibus”. Un omnibus per la pesca alla sgombro, una barca pubblica. Marco aveva confuso le lettere, si fissava sulla “n” e la “o” di omnibus e non riusciva a vedere la parola in altro modo.
La dislessia è un disturbo neurologico che compromette la capacità del cervello di elaborare il linguaggio. Come la maggior parte dei dislessici Marco risponde meglio alle informazioni quando non sono in forma scritta… D’altro canto in un dislessico le anomalie del cervello relative all’elaborazione delle informazioni visive spesso gli conferiscono capacità rare. Marco ha uno straordinario senso delle proporzioni”.

In realtà ciò che ha spinto White fuori casa è stata la morte improvvisa della madre per emorragia cerebrale e un padre assente, devastato, afflitto, depresso, con problemi di salute, che ha abbandonato il lavoro iniziando a bere e a scommettere alle corse di levrieri. Da quel momento, la cucina per White ha rappresentato una fuga, un  rifugio, una protezione da una vita difficile.
Come molte stelle del rock che hanno perso le madri da giovani – Lennon, McCartney, Bono – anche White ha sviluppato una personalità ossessiva, è diventato un “drogato di adrenalina” , un lavoratore da oltre 100 ore a settimana (o forse solo un uomo che è riuscito a soddisfare i suoi bisogni dando retta ai desideri e, come scriveva Henri Laborit, in “Elogio della fuga” – Mondadori 1982, si sa “costoro non lavorano mai”).

Marco Pierre White – An Interview by Alex Belfield on Vimeo.

Fisicamente ed emotivamente esausto, Marco Pierre White si è ritirato dalle cucine nel 1999, quando aveva solo 38 anni reali ma circa 86 anni vissuti. Diceva: “Il mio corpo è fottuto, consumato sino alla miccia” e “Ho avuto la terza stella a trentacinque anni, lo stesso anno di Marc Veyrat. Solo che lui di anni ne ha dieci più di me. Mica aspetterò come Robuchon l’ultimo momento per andare in pensione. Questa vita mi ha distrutto. Io prima del quarantesimo compleanno appendo il grembiule e in cucina non ci metto più piede. Il fisico non c’è più”. Ipso detto e cosa fatta, nel corso di quell’anno decise anche di restituire le tre stelle alla Michelin, contribuendo col suo romanticismo esacerbato alla mitologia dell’Angelo Caduto.

“Fu Mati (la moglie di White) a suggerirmi di restituire le tre stelle alla Michelin. Una sera stavamo percorrendo le vie di Londra a bordo della nostra auto, quando passammo davanti all’Hyde Park Hotel e mi tornarono in mente le fatiche e le gioie di quei tempi, Mati mi disse: “Perché non  restituisci le tre stelle?”. La guardai stupito e lei proseguì: “Ascolta, è tanto che non sei più felice. Se è per via della pressione che senti, perché non te ne sbarazzi? Niente stelle niente pressione”.
Quando mi chiese se altri chef lo avevano fatto, risposi: “No certo che no”. Allora mi disse: “Hai fatto la storia, sei diventato il primo chef britannico a vincere tre stelle. Perché non diventi il primo chef a restituire?”.

Ora passa le sue giornate di caccia,  a sovrintendere flotta di ristoranti con il suo imprimatur e dal 2013 a dirigere “Masterchef Australia” alla tv.
Scrive Andrea Petrini, nell’introduzione di “Devil in the Kitchen”:

In Australia, con gli occhiali da mezza età a bordo di naso, il gessato stirato ma col capello scarruffato e i pedalini sempre assenti, gioca il suo personaggio attuale. È un po’ il David Bowie normalizzato, le spalle volte alle follie creative del passato, nel film di Todd Haynes “Velvet Goldmine. Il nuovo ruolo gli va, ancora una volta, a pennello”.

Il libri di Marco Pierre White:
White Heat“, Miller/Mitchell Beazley; Reissue edizione 2000.
Wild Food from Land“, Ebury Pr 1997.
Marco Pierre White’s Great British Feast: Over 100 Delicious Recipes From A Great British Chef“, Orion.
Marco Made Easy: A Three-Star Chef Makes It Simple“, George Weidenfeld & Nicholson.
Canteen Cuisine“, Ebury Press.
The Mirabelle cookbook“, McArthur & Company.
White Slave: The Autobiography“, Orion.
The devil in the kitchen. La vita dannata di uno chef stellato“, Giunti Editore 2017.

Il sito internet di Marco Pierre White: http://www.marcopierrewhite.co
Il suo Twitter: https://twitter.com/mpwgroup
Il suo Pinterest: https://it.pinterest.com/mpwgroup/
Il suo Instagram: https://www.instagram.com/marcopierrewhit/

“Marco, episode 1 – clip 1” 1999 ((YouTube): https://youtu.be/tqU30Qiju0c
“Marco, episode 1 – clip 2” 1999 (YouTube): https://youtu.be/dUZXvbYhSJ4
“Marco, episode 1 – clip 3” 1999 (YouTube): https://youtu.be/PvCT-LvKxvY
“Marco, episode 2 – clip 1” 1999 (YouTube): https://youtu.be/NsuiGQfZHiE
“Marco, episode 2 – clip 2” 1999 (YouTube): https://youtu.be/ps-T_YrnSBs
“Marco, episode 2 – clip 3” 1999 (YouTube): https://youtu.be/EWaAPdUxvFU

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