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Creare è resistere. Resistere è creare.

È molto importante credere in un qualche tipo di futuro e in alternative alla situazione politica attuale. Nella vita di tutti giorni è fondamentale avere l’aspettativa e sentire che la vita ha un senso.
Nella politica è molto importante l’idea che ci possa esse un futuro migliore. Questo oggi si è perso.
In passato molti credevano in un futuro socialista, ma questo orizzonte è stato disintegrato. Sotto un certo punto di vista non è male ‘incominciare da zero’, ma ovviamente ci sono modi pericolosi di intendere questo concetto. Si è formata la convinzione che non esistono alternative all’egemonia neoliberale, e che essa è qui per restare. Molti si sono allontanati dalla politica perchè la quasi totalità dei partiti democratici non offre loro nessuna alternativa. Tutta la questione dell’ascesa dei movimenti populisti in Europa è legata a questa mancanza di fiducia nel sistema democratico.
Molte volte ci siamo domandati se sia possibile trasformare la speranza, l’orizzonte delle aspirazioni e la loro mancanza in una politica rivoluzionaria.
Penso che la speranza sia legata strettamente alla questione dello sviluppo. Le persone percepiscono di essere limitate nei loro possibili sviluppi in una serie di direzioni diverse e provano a immaginare a come trascendere tali limitazioni, ed è li che può manifestarsi la speranza di cui abbiamo bisogno. Credo che in qualche modo sia finita l’idea di speranza, se per speranza intendiamo qualcosa che trascende tutte le possibili condizioni umane, in vista del raggiungimento di un perfetto stato di liberazione, emancipazione e così via. Come scrive Edgar Morin in “La mia sinistra“, (Erickson 2011), oggi ci sono ragioni per sperare, innanzitutto c’è la proliferazione di nuove speranze, nuove richieste che possono dar vita a un immaginario sociale più praticabile.
Penso che uno dei compiti fondamentali per una rinascita della sinistra sia contribuire a creare degli immaginari di trasformazione non saturi, che siano in grado di spingere la politica in direzioni inedite, offrendo idee più comuni di emancipazione costruite attorno ad un programma dettagliato.

“Quali sono le ragioni per sperare? Possiamo formulare cinque principi di speranza:
1. La subitanea apparizione dell’improbabile. Così la resistenza vittoriosa per ben due volte della piccola Atene alla formidabile potenza persiana, cinque secoli prima che iniziasse la nostra era, risultava altamente improbabile e ciò non di meno permise la nascita della democrazia e della filosofia. Allo stesso modo era del tutto inatteso il congelamento dell’offensiva tedesca davanti a Mosca nell’autunno 1941, così come era improbabile la controffensiva vittoriosa di Zhukov iniziata il 5 dicembre e seguita, l’ 8 dicembre, dall’attacco di Pearl Harbor che fece intervenire gli Stati Uniti nella guerra mondiale.
2. Le virtù generatrici/ creatrici dell’umanità. Così come in ogni organismo umano adulto esistono cellule ceppo dotate di attitudini polivalenti (totipotenti), tipiche delle cellule embrionali, ma non utilizzate, allo stesso modo esistono in ogni essere umano e in ogni società umana virtù rigeneratrici, generatrici, creatrici allo stato dormiente o inibito.
3. Le virtù della crisi: insieme alle forze regressive o disintegratrici, vi sono forze generatrici e creatrici che si destano nella crisi planetaria dell’umanità.
4. Così è per le virtù del pericolo: “Là dove aumenta il pericolo, si accresce anche ciò che salva”. La fortuna suprema è inseparabile dal rischio supremo.
5. L’aspirazione multimillenaria dell’umanità all’armonia (paradiso, poi utopie, poi ideologie libertaria/ socialista/ comunista, poi aspirazioni e rivolte giovanili degli anni Sessanta). Questa aspirazione rinasce nel brulichio delle iniziative molteplici e sparse che potranno nutrire le vie riformatrici tese a riunirsi nella Via nuova. La speranza era morta, le vecchie generazioni sono disilluse rispetto alle false speranze. Le nuove generazioni si dolgono che non vi sia più una causa come quella della nostra resistenza durante la Seconda guerra mondiale. Ma la nostra causa aveva in se stessa il proprio contrario. Come ha detto Vassilij Grossman di Stalingrado, la più grande vittoria dell’umanità era al tempo stesso la sua più grande sconfitta, poiché il totalitarismo staliniano ne usciva vincitore. La vittoria delle democrazie ristabiliva per ciò stesso il loro colonialismo. Ma oggi, la causa è, senza possibilità di equivoco, sublime: si tratta di salvare l’umanità. La vera speranza sa di non essere certezza. È la speranza non nel migliore dei mondi, ma in un mondo migliore. L’origine è davanti a noi, diceva Heidegger. La metamorfosi sarebbe effettivamente una nuova origine”.

Quando parlo dell’esigenza di costruire un immaginario sociale, ritengo che le persone non siano mosse unicamente dall’interesse o dalla ragione, ma da ciò che Miguel Benasayag chiama “passione”.
I razionalisti non credono nel ruolo dell’immaginario. Pensano che si debbano trovare nuovi modelli di comportamento razionale a seconda dei propri interessi, o ricercare in un altro modello delle nuove leggi morali universali (un esempio è quello dei nuovi modelli di economia collaborativa che fingono di creare vantaggi economici e sociali per le comunità, producendo al contrario nuove modalità di estrazione del valore a basso costo).
Se introduciamo la “passione” significa che ci stiamo lasciando alle spalle la prospettiva razionalista. La parola “passione” indica tutto ciò che non può essere ridotto a interesse o a razionalità -fantasie, desideri, tutto quello che un approccio razionalista non è in grado di vedere nella costruzione della soggettività e dell’identà umana (in questo senso la tutela dei beni comuni da parte dei cittadini è l’esatto contrario di ciò che propone la sharing economy). Difatti anche i soggetti che non hanno problemi economici o di sicurezza avvertono la necessità di questa mobilitazione della passione. I teorici sono portati a pensare che se siamo soddifatti, se abbiamo soldi e cibo a sufficienza, allora non abbiamo bisogno di guardare a qualcosa di nuovo. Ritengo che ciò sia sbagliato, e non soltanto perchè chi è povero desidera una situazione migliore, ma perchè sono le persone in genere a sperare in qualcosa di diverso.
Detto questo credo che oggi ci troviamo in una situazione pericolosa.
È importante capire che, in contesti nei quali il futuro ci appare tanto sconfortante, è proprio allora che i movimenti di destra o i movimenti religiosi oltranzisti (come analizza bene Adonis in “Violenza e Islam“, Guanda 2015) sono pronti ad offrire la loro speranza. Se guardiamo alla Germania, recenti studi hanno dimostrato che l’avvento di Adolf Hitler, si è reso possibile perchè l’attrattiva del suo movimento era quella di offrire ai tedeschi una nuova idea della Germania. All’inizio molti ne furono attratti perchè dava loro un’idea di speranza. Guardo alla Russia di oggi, ai paesi arabi, all’estrema destra europea e sono molto preoccupato, perchè ci sono molte analogie con la situazione che permise ad Hitler di affermarsi in Germania. I movimenti di destra possono riuscire a catturare l’immaginazione perchè dicono: “seremo capaci di farvi sentire nuovamente orgogliosi di appartenere a qualcosa”.
Senza la speranza non vi è società, poichè nessuna società è in grado di fare i conti solo con ciò che esiste; dire che amministreremo un po’ meglio ciò che esiste non è una risposta sufficientemente forte. Se poniamo un discorso in cui la sinistra è vista semplicemente come l’ennesima organizzazione di qualcosa che la destra fa comunque senza sensi di colpa – senza contribuire alla formazione di un nuovo immaginario sociale -, allora otterremo l’aberrante emergere e proliferare dei discorsi della destra.
La lotta politica deve suscitare entusiasmo, e allo stesso tempo, la consapevolezza che non c’è un obiettivo finale – la democrazia è un processo che siamo costantemente impegnati a raggiungere. Ci troviamo quindi ad affrontare delle difficoltà nel mobilitare la passione, dovendo far accettare la natura contingente delle nostre lotte. Ma è molto importante riconoscere la specificità dei nostri progetti, dicendo con chiarezza che anche se è impossibile un perfetto raggiungimento della democrazia, ogni lotta e ogni conquista sociale che permette un’espansione democratica è un atto di creazione e di resistenza, un passo che stiamo facendo nella giusta direzione.
Pochi anni prima di morire Stéphane Hessel ha pubblicato un pamphlet che ha avuto un enorme successo (si parla di quattro milioni di copie in tutto il mondo), trenta pagine dal titolo evocativo “Indignatevi!” (ADD Editore 2011). Hessel chiude il suo libro con una frase, utilizzata anche da Florence AubenasBenasayag per il titolo di un loro libro uscito qualche anno prima, una frase che ha un potenza straordinaria:

“A quelli e quelle che faranno il XXI secolo, diciamo con affetto:
Creare è resistere.
Resistere è creare”.

 

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