commoning

NOI siamo cura.

Sopra: Nude, 1923 (ritratto di Tina Modotti). Fotografo: Edward Weston.

Dobbiamo tracciare la fenomenologia della parola cura. Per fenomenologia intendiamo il modo attraverso il quale una qualsiasi realtà, nel nostro caso la cura, diventa un fenomeno per la nostra coscienza, si manifesta nella nostra esperienza e plasma il nostro agire. In questo senso non si tratta di pensare e di parlare della cura come oggetto indipendente da noi, ma di pensare e di parlare partendo dalla cura così com’è vissuta e si struttura in noi stessi.

Noi non abbiamo cura ma siamo cura.

Questo significa che la cura possiede una dimensione ontologica che entra nella costituzione dell’essere umano. Un modo-di-essere dell’umano.
Senza cura non siamo più esseri umani. continua

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Senza perdere la tenerezza.

Sopra. Baby Nursing, 1926-27. Fotografia: Tina Modotti.

“Hay que endurecer, pero sin perder la ternura jamás”.
Ernesto Guevara

Quello che si oppone all’incuria e all’indifferenza è la cura. Prendersi cura è più che un semplice atto, è un atteggiamento. La cura estende il semplice momento di attenzione, zelo, premura. Rappresenta un atteggiamento di impegno, preoccupazione, di responsabilizzazione e di coinvolgimento affettivo con l’altro. continua

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My Last Day at Seventeen.

“Kevin e Erin sono nati a poche ore di distanza. Nel mio ultimo giorno in Irlanda, la famiglia di Kevin ha organizzato una festa per il loro diciottesimo compleanno.
La persona tatuata nella foto è il fratello di Kevin. Sta risparmiando per aggiungere un pò di colore al tattoo e qualche dettaglio in più, ma è fiero di averlo anche così. Quando gli ho chiesto se potevo fargli una foto ha velocemente tirato su la camicia e le persone presenti nel cortile di casa hanno fatto un passo indietro per farmi spazio. Erin per l’occasione ha indossato il suo vestito nuovo, si è ubriacata e si è addormentata. Prima che di svenire ha gridato: “Questo è il mio ultimo giorno a diciassette anni!” Kevin, la cui capacità di reggere l’alcol smentisce la sua struttura minuta, ha resistito tutta la notte continuando a bere anche dopo che io ero già sull’aereo che mi riportava a casa”.
Doug DuBois

Le fotografie di Doug DuBois pubblicate nel libro “My Last Day at Seventeen” (Aperture, 2015), mostrano i giovani abitanti del quartiere Russell Heights a Cobh – una piccola cittadina di mare nella contea irlandese di Cork – nel 201o, periodo in cui è scoppiata la bolla immobiliare. continua

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We are dancing together.

“Quel che distingue i viaggi non è la qualità oggettiva dei luoghi né la quantità misurabile del movimento – né qualcosa che sarebbe soltanto nella mente – ma il modo di spazializzazione, la maniera d’essere nello spazio, la maniera d’appartenere allo spazio”

Gilles Deleuze, Félix Guattari, “Millepiani” (Cooper/Castelvecchi 2003).

Métamorphoses du corps.
Ogni lavoro di Yasmine Hugonnet articola nuove domande sul rapporto tra forma, immagine e sensazione, sull’origine e il formarsi dell’immaginario, sulla de-costruzione del linguaggio coreografico. Nel 2010 ha fondato la compagnia Arts Mouvementés con cui ha realizzato quattro progetti: “Le Rituel des Fausses Fleurs” (2013), “Le Récital des Postures” (2014), la “Traversée des Langues” (2015) e “La Ronde/Quatuor” (2016), ma è in “Le Récital des Postures” che va cercata la matrice strutturale del suo lavoro, una straordinaria ricerca sulla nozione di “presenza” in tutti suoi aspetti. continua

omnivore

The Dogs Day Are Over

“When you ask a person to jump, his attention is mostly directed toward the act of jumping and the mask falls so that the real person appears.”

Philippe Halsman

Non conoscete il significato della parola “jumpology”? Bene non siete gli unici.
Il termine è stato coniato nel 1950 dal fotografo Philippe Halsman. Le fotografie di Halsman sono ludiche, trasgressive, il suo carnet des célébri­tés annovera capi di stato, ma­gnati dell’industria, star di Hollywood, musicisti, scienziati, politici, scrittori, artisti come Salvator Dalì, Marc Chagall, Pablo Picasso. Fu l’ideatore della tecnica del “jumping style” o  “jumpology” che consiste nel ritrarre una persona mentre sta saltando, in modo che abbia difficoltà a controllare l’espressione del viso per restituire un’immagine il più possibile spontanea e naturale. Halsman, scrive in “Jump”, pubblicato nel 1959 e riedito nel 2015 da Damiani: “Con un salto, la maschera cade. La persona reale si rende visibile”.
Halsman era attratto dalla psicologia, trascorreva molto tempo ad esaminare la personalità e gli interessi dei soggetti ritratti, cercando di rappresentare l’essenza. Così il salto, il Jumping Style, serve a Halsman per eliminare ogni possibile espressione bloccata, riconoscibile, magari impacciata di chi appunto salta. continua

ma l'amor mio non muore

Il bisogno di credere nel mondo.

Sopra: “Cold Comfort”, Rune Guneriusse 2010.

“Se il mondo è diventato un brutto cinema al quale non crediamo più, un vero cinema non potrebbe contribuire a ridarci delle ragioni per credere nel mondo e nei corpi venuti meno?”.

Gilles Deleuze

Trovo che la gioia e la felicità non siano la stessa cosa. Così come per Friedrich Nietzsche buono non è il contrario di malvagio, per Baruch Spinoza gioia (o “gaiezza”, nel vocabolario di Nietzsche) non è il contrario di infelicità. Si trova su un asse molto diverso. La gioia può essere una rottura, anche molto dolorosa. Penso che Spinoza e Nietzsche volessero dire che la “gioia” è “affermazione”, è l’assunzione da parte del corpo dei propri potenziali, l’assunzione di una postura che rende più intenso il proprio potere d’esistenza. Il momento della gioia è quel momento di compresenza di tali potenziali, nell’ambito di un divenire corporeo. Può trattarsi di un’esperienza da cui veniamo sopraffatti. continua

ma l'amor mio non muore

La forza di esistere.

Sopra: “The power of theatrical madness”, Jean Fabre 1984.

“Gli esseri umani intorno a noi con la loro stessa presenza hanno il potere, che appartiene solo a loro, di fermare, di reprimere, di modificare tutti i movimenti che il nostro corpo abbozza; un passante non devia il nostro cammino per strada allo stesso modo di un cartello, quando si è soli non ci si alza, non si cammina, non ci si risiede nella propria posizione allo stesso modo di quando c’è un visitatore”.

Simone Weil, “L’Iliade o il poema della forza“, 1940–1941.

Baruch Spinoza scrive che un un affetto è qualcosa di più che un semplice sentimento personale. Per “affezione” non intende un “emozione”, nel senso comune della parola. Egli parla del corpo nei termini della sua capacità di “provare affetti” e di “essere affetto”. Non si tratta di due capacità diverse – le troviamo sempre assieme. Quando proviamo affetto per qualcosa, stiamo allo stesso tempo aprendo noi stessi a essere affetti a nostra volta in modo leggermente diverso da come possiamo esserlo stati nell’istante precedente. Abbiamo compiuto una transizione seppur piccola. Abbiamo fatto un passo in avanti oltre a una soglia osservando la cosa da un punto di vista di un cambiamento nelle nostre capacità. Affezionare è oltrepassare la soglia, osservando la cosa dal punto di vista del cambiando delle nostre capacità (ne abbiamo già parlato nel post “Camminare è una caduta controllata”). È fondamentale ricordare che Spinoza impiega questa immagine per parlare del “corpo”. Ciò che esso è, è ciò che è in grado di “fare” man mano che “procede”. Si tratta di una definizione assolutamente pragmatica. Un corpo viene definito dalla sua capacità che si porta dietro un passo dopo l’altro. E ciò che esse sono cambia continuamente. La capacità che un corpo possiede di provare affetto o di essere affetto – la sua carica affettiva – non è qualcosa di predeterminato. continua