ma l'amor mio non muore

If only we’re brave enough to see it. If only we’re brave enough to be it.

That even as we grieved, we grew. That even as we hurt, we hoped, that even as we tired. We tried, that will forever be tied together victorious. Not because we will never again know defeat, but because we will never again sow division. Scripture tells us to envision that everyone shall sit under their own vine and fig tree, and no one shall make them afraid. If we’re to live up to our own time, then victory won’t lie in the blade. But in all the bridges we’ve made. That is the promise promise to glade, the hill we climb. If only we dare it.

Amanda Gorman, Inauguration Day, Washington 20 gennaio 2021.

Dare un volto alla minaccia. Dopo l’11 settembre, il linguaggio usato quando si parla di terrorismo è diventato virale. Il paragone tra terrorista e virus è abituale. Entrambi hanno colpiscono in modo inaspettato, irrompono improvvisamente sotto la soglia della nostra percezione, attaccano con una implacabilità disumana, con una capacità di morte diffusa, con una precisione letale. La soglia di percezione del pericolo è spesso considerata coincidente con i confini nazionali. Il terrorista è il nemico “senza volto”, è “l’altro”, è l’RNA canaglia nascosto in un innocuo pagolino, in attesa di esplodere nella carne umana.

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ma l'amor mio non muore

La speranza contro la paura.

Ecco il mistero, sotto un cielo di ferro e di gesso
L’uomo riesce ad amare lo stesso
E ama davvero senza nessuna certezza
Che commozione che tenerezza.

“Balla balla ballerino”, Lucio Dalla, 1980.

Tutti sentiamo la preoccupazione e la paura per quanto ci sta succedendo intorno.
Il timore, l’angoscia, lo spavento, la preoccupazione per noi, per i nostri amici, per i parenti, per il nostro futuro. E la speranza è proprio, per definizione, intima alla paura.
È la nostra possibilità di non darci per vinti e non cedere alla disperazione, che è la mancanza di speranza; è quella predisposizione innata dell’animo umano di non cedere al timore di non sapersi rialzare dopo essere caduti. È intima e vicina al coraggio: accetta la paura, la fa sua per reggerla e nonostante questo fa in modo che un futuro sia possibile.

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Lo spazio in cui ci muoviamo. L’infrastruttura come sistema operativo, Keller Easterling.

Nel famoso racconto “La morte di Justina” scritto da John Cheever nel 1960, il narratore si trova in una situazione difficile. La cugina di sua moglie è morta sul loro divano, e quando cerca di organizzare il funerale, scopre che nella parte della città in cui abita, il piano di zonizzazione non prevede cimiteri e paradossalmente neppure la possibilità di morire:

“Da quel che ho capito non solo non si può più aprire un’agenzia funebre nella Zona B, ma non ci si può nemmeno seppellire nulla, insomma non ci si può neanche morire. È chiaro, tutto ciò è assurdo, ma tutti facciamo degli errori, o mi sbaglio? Ci sono due cose che puoi fare. Mi è già capitato di avere a che fare con una situazione simile. Puoi prendere la signora, caricarla in macchina e portarla fino a Chestnut Street, dove inizia la Zona C. Il confine è proprio dopo il semaforo accanto alla scuola. Quando sei arrivato in Zona C è tutto a posto, basta dichiarare che è deceduta in auto. Questa è la prima possibilità, ma se la trovi disgustosa puoi chiamare il sindaco e chiedere una deroga alle norme sulla zonizzazione. Io di sicuro non posso compilare un certificato di morte finché si trova nel tuo quartiere e di certo nessun impresario di pompe funebri la toccherà fino a quando non avrai un certificato di morte”.

Nel nostro mondo auto-costruito è difficile valutare l’importanza che i protocolli hanno su di noi, ed è ancora più difficile individuare a chi rivolgere le nostre lamentele quando qualcosa non va per il verso giusto.  continua