ma l'amor mio non muore

La speranza contro la paura.

Ecco il mistero, sotto un cielo di ferro e di gesso
L’uomo riesce ad amare lo stesso
E ama davvero senza nessuna certezza
Che commozione che tenerezza.

“Balla balla ballerino”, Lucio Dalla, 1980.

Tutti sentiamo la preoccupazione e la paura per quanto ci sta succedendo intorno.
Il timore, l’angoscia, lo spavento, la preoccupazione per noi, per i nostri amici, per i parenti, per il nostro futuro. E la speranza è proprio, per definizione, intima alla paura.
È la nostra possibilità di non darci per vinti e non cedere alla disperazione, che è la mancanza di speranza; è quella predisposizione innata dell’animo umano di non cedere al timore di non sapersi rialzare dopo essere caduti. È intima e vicina al coraggio: accetta la paura, la fa sua per reggerla e nonostante questo fa in modo che un futuro sia possibile.

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Lo spazio in cui ci muoviamo. L’infrastruttura come sistema operativo, Keller Easterling.

Nel famoso racconto “La morte di Justina” scritto da John Cheever nel 1960, il narratore si trova in una situazione difficile. La cugina di sua moglie è morta sul loro divano, e quando cerca di organizzare il funerale, scopre che nella parte della città in cui abita, il piano di zonizzazione non prevede cimiteri e paradossalmente neppure la possibilità di morire:

“Da quel che ho capito non solo non si può più aprire un’agenzia funebre nella Zona B, ma non ci si può nemmeno seppellire nulla, insomma non ci si può neanche morire. È chiaro, tutto ciò è assurdo, ma tutti facciamo degli errori, o mi sbaglio? Ci sono due cose che puoi fare. Mi è già capitato di avere a che fare con una situazione simile. Puoi prendere la signora, caricarla in macchina e portarla fino a Chestnut Street, dove inizia la Zona C. Il confine è proprio dopo il semaforo accanto alla scuola. Quando sei arrivato in Zona C è tutto a posto, basta dichiarare che è deceduta in auto. Questa è la prima possibilità, ma se la trovi disgustosa puoi chiamare il sindaco e chiedere una deroga alle norme sulla zonizzazione. Io di sicuro non posso compilare un certificato di morte finché si trova nel tuo quartiere e di certo nessun impresario di pompe funebri la toccherà fino a quando non avrai un certificato di morte”.

Nel nostro mondo auto-costruito è difficile valutare l’importanza che i protocolli hanno su di noi, ed è ancora più difficile individuare a chi rivolgere le nostre lamentele quando qualcosa non va per il verso giusto.  continua

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Il governo degli stolti.

Una parola che ricorre sempre più frequentemente nei discorsi etico-politici è dignità: questa è diventata uno dei termini chiave della bioetica, nonché il motto in cui si sono riconosciute le rivolte politiche che hanno scosso molti Stati arabi. In Italia coloro che si dicono indignati non si contano; in Francia i 28.000 Gilets Jaunes che hanno occupato le piazze di molte città si proclamano indignati; in Spagna gli studenti che manifestarono nel 2011 si definivano “Los indignados”. La parola dignità ha eclissato molti altri termini del linguaggio politico, come comunità e diritti dell’uomo. continua
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È possibile celebrare la memoria dell’Olocausto nell’epoca del turismo di massa?

“Chi cerca di accostarsi al proprio passato sepolto deve comportarsi come un individuo che scava. Soprattutto non deve temere di tornare continuamente uno stesso identico stato di cose – di disperderlo come si disperde la terra, di rivoltarlo come si rivolta la terra stessa”.

Walter Benjamin, “Scavare e ricordare” in “”Opere complete V, Scritti 1932-1933“.

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“Austerlitz” e l’estetica della post-memoria.

Sopra: Austerlitz (after WG Sebald), Pièce musicale e teatrale ispirata al romanzo “Austerlitz” di Winfried Georg Sebald. Un progetto di: Ictus, Jérôme Combier, Johan Leysen, Pierre Nouvel – 2011.

“La tutela della Shoah viene trasmessa a noi. La seconda generazione è la generazione cerniera che ha ricevuto, conoscenze di eventi in forma di storia o di mito. È anche la generazione in cui possiamo pensare a certe questioni derivanti dalla Shoah, con un senso di connessione vivente”.

Eva Hoffman, “ Dopo tale conoscenza
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La danza come linguaggio comune.

Già nel suo nome si legge una storia di meticciato, Thierry Thieû Niang, artista franco-vietnamita, ha scelto di esprimersi attraverso il linguaggio universale del movimento, della danza, anche se è grazie al teatro che ha raggiunto la notorietà internazionale.
Personalità generosa, semplice e aperto, profondo e leggero, da anni realizza parallelamente, produzioni con artisti professionisti di diverse discipline e progetti di creazione partecipativi che coinvolgono le comunità più diverse, dagli adolescenti agli anziani, dai detenuti ai rifugiati.
Thierry Thieû Niang è un danzatore e coreografo che dalla metà degli anni ’90 ha realizzato progetti di creazione che hanno coinvolto sia artisti provenienti da diverse discipline che persone comuni, come bambini, anziani, detenuti, persone autistiche. Nelle sue vene c’è un po’ di Asia, un po’ d’Africa e un po’ di Europa. continua

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Cooking fast die young.

“Lascia che la gente copi o fotografi i tuoi dipinti. Distruggi gli originali.”

Yoko Ono, 1964.

“Ogni cuoco che sostiene di farlo per amore è un bugiardo. Alla fine della giornata è tutta una questione di denaro. Non ho mai creduto che avrei mai potuto pensarla così, ma lo faccio ora. Non mi piace. Non mi piace dovermi uccidere sei giorni alla settimana per pagare la banca… Se non hai soldi non si può fare nulla; sei un prigioniero della società. Alla fine della giornata è solo un altro lavoro. È tutto sudore e fatica e sporcizia: è la miseria”.

Marco Pierre White, “White Heat”, 2000.

”Il prossimo mese arriverà un ragazzo nuovo”, chi parla è Raymond Blanc, – lo chef proprietario de Le Manoir aux Quat’Saisons, a Gran Milton, – a circa un terzo del libro “The Devil in the Kitchen. La vita dannata di uno chef stellato” il memoir di Marco Pierre White appena pubblicato in Italia da Giunti. continua