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Le città visibili di Nicolas Ruel.

“Cos’ è oggi la città, per noi?” Penso d’aver scritto qualcosa come un ultimo poema d’amore alle città, nel momento in cui diventa sempre più difficile viverle come città. Forse stiamo avvicinandoci a un momento di crisi della vita urbana, e Le città invisibili, sono un sogno che nasce dal cuore delle città invivibili”.

Italo Calvino, Le città invisibili, Einaudi.

Le città descritte da Marco Polo al Kublai Khan ne “Le città invisibili” di Italo Calvino sono il simbolo della complessità e del disordine della realtà, e le parole dell’esploratore appaiono come il tentativo di dare un ordine a al caos del reale. Ciò che Calvino vuole mostrare, è “L’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme” e i due modi per non soffrirne: “Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”. continua

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Ballare l’incubo.

Sopra: Andrew Lester prova una maschera usata durante la scena dell’alimentazione forzata nel corso delle prove di “Titicut Follies: The Ballet”.

“In un testo truculento, succulento, Gordon Craig, un grande uomo di teatro inglese, suggerisce di sbarrare la strada all’intempestività del danzatore col suo corpo, imprigionarlo in un’”armatura leggera” che faccia da ostacolo allo straripamento dei gesti gratuiti, inutili, e che gli imponga di produrne soltanto la parte più essenziale”.

“La saggezza del danzatore”, Dominique Dupuy (Mimesis 2014)

“Il dipartimento carcerario ha molti talenti, come vedete, non faremo mai carriera, ma abbiamo la nostra filosofia: cantare, ballare e anche rischiare finché non ci butteranno fuori un anno o l’altro, finché non ci butteranno fuori un anno o l’altro!”.

“Titicut Follies”, Frederick Wiseman

La danza si è sempre ispirata, oltre che a fonti musicali, a fiabe, dipinti, racconti, miti, poemi e romanzi, e più in generale al linguaggio delle altre arti, ma non era mai successo che un documentario su una prigione di stato per criminali malati di mente diventasse l’idea per uno spettacolo.
Almeno sino ad oggi. continua

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La vita segreta di Jackson Heights.

Nel mese di giugno del 2015, Frederick Wiseman, l’ottantacinquenne maestro del cinema documentario americano, non aveva abbastanza soldi per terminare il suo 42° film girato nel quartiere di Jackson Heights nel Queens. Spinto dalla Zipporah Films, la casa di produzione di Wiseman, ha quindi deciso di tentare la strada di Kickstarter.

Anche per un grande autore come Wiseman, raccogliere fondi per i documentari non è mai stato facile. Durante i suoi 50 anni di carriera la raccolta fondi ha rappresentato principalmente un impegno privato e avviare una campagna di crowdsourcing rappresentava per lui un’esperienza completamente nuova che lo ha messo a disagio.

“Ciao sono Fred Wiseman” dice il regista nello scarno video di presentazione del progetto. “Faccio documentari dal 1966”. L’espressione è stanca, e una presentazione non particolarmente brillante unita alla bassa qualità del video, mostrano un uomo poco convinto che probabilmente avrebbe preferito seguire strade più “tradizionali” piuttosto che essere lì a parlare di sé di fronte a una telecamera.
L’obiettivo di raccogliere 75.000 $ con Kickstarter non va in porto e per finanziare il film la casa di produzione decide posticipare il rientro dell’investimento con gli incassi che arriveranno dalle proiezioni del documentario, dalla vendita del dvd e dai passaggi televisivi. “Il crowdfounding è un’esperienza che certamente non ripeterò”, ha detto Wiseman in un’intervista. “Può andare bene per alcune persone, ma io ho trovato la cosa decisamente umiliante”. continua

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NOI siamo cura.

Sopra: “Holy Virgin”, 2003. Fotografo: Sára Saudková.

Dobbiamo tracciare la fenomenologia della parola cura. Per fenomenologia intendiamo il modo attraverso il quale una qualsiasi realtà, nel nostro caso la cura, diventa un fenomeno per la nostra coscienza, si manifesta nella nostra esperienza e plasma il nostro agire. In questo senso non si tratta di pensare e di parlare della cura come oggetto indipendente da noi, ma di pensare e di parlare partendo dalla cura così com’è vissuta e si struttura in noi stessi.

Noi non abbiamo cura ma siamo cura.

Questo significa che la cura possiede una dimensione ontologica che entra nella costituzione dell’essere umano. Un modo-di-essere dell’umano.
Senza cura non siamo più esseri umani. continua

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Senza perdere la tenerezza.

Sopra. Baby Nursing, 1926-27. Fotografia: Tina Modotti.

“Hay que endurecer, pero sin perder la ternura jamás”.
Ernesto Guevara

Quello che si oppone all’incuria e all’indifferenza è la cura. Prendersi cura è più che un semplice atto, è un atteggiamento. La cura estende il semplice momento di attenzione, zelo, premura. Rappresenta un atteggiamento di impegno, preoccupazione, di responsabilizzazione e di coinvolgimento affettivo con l’altro. continua

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My Last Day at Seventeen.

“Kevin e Erin sono nati a poche ore di distanza. Nel mio ultimo giorno in Irlanda, la famiglia di Kevin ha organizzato una festa per il loro diciottesimo compleanno.
La persona tatuata nella foto è il fratello di Kevin. Sta risparmiando per aggiungere un pò di colore al tattoo e qualche dettaglio in più, ma è fiero di averlo anche così. Quando gli ho chiesto se potevo fargli una foto ha velocemente tirato su la camicia e le persone presenti nel cortile di casa hanno fatto un passo indietro per farmi spazio. Erin per l’occasione ha indossato il suo vestito nuovo, si è ubriacata e si è addormentata. Prima che di svenire ha gridato: “Questo è il mio ultimo giorno a diciassette anni!” Kevin, la cui capacità di reggere l’alcol smentisce la sua struttura minuta, ha resistito tutta la notte continuando a bere anche dopo che io ero già sull’aereo che mi riportava a casa”.
Doug DuBois

Le fotografie di Doug DuBois pubblicate nel libro “My Last Day at Seventeen” (Aperture, 2015), mostrano i giovani abitanti del quartiere Russell Heights a Cobh – una piccola cittadina di mare nella contea irlandese di Cork – nel 201o, periodo in cui è scoppiata la bolla immobiliare. continua