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Cooking comics. La Francia.

Anche se i fumetti sono ormai un media globale è generalmente accettato che ci sono tre grandi tradizioni: giapponese, anglo-americana, e franco-belga. Di recente, ho avuto modo di raccontare il rapporto di lunga data che esiste tra cibo e fumetto in Giappone, tanto che i ryôri manga, o manga di cucina, sono diventati uno dei generi più diffusi nel paese. Considerato l’amore dei francesi per le ‘bande dessinée’ e per il buon cibo era inevitabile che anche in questa terra avrebbero finito per incontrasi dando vita a qualcosa di assolutamente unico.
Tutto è partito nel 2008 quando in Francia, Glénat ha iniziato a pubblicare la serie “Les Gouttes de Dieu” (“Kami no Shizuku” 神の雫), un manga di cucina dedicato al vino francese scritto da Shin Kibayashi (樹林 伸) e firmato con lo pseudonimo Tadashi Agi (亜樹 直). È possibile che “Les Gouttes de Dieu” sia diventato una fonte d’ispirazione per Étienne Davodeau – autore già noto in Francia per realizzato alcuni albi che hanno toccato i temi dell’agricoltura e del cibo biologico come “Rural! Chronique d’une collision politique”, Delcourt 2004 (Rurale! Cronaca di una collisione politica, Qpress 2006) – perché nel 2011 Davodeau pubblica con FuturopolisLes ignorants: Récit d’une initiation croisée” (“Gli ignoranti. Vino e libri: diario di una reciproca educazione“, Porthos Edizioni 2015). È un successo immediato, all’uscita il libro vende 100 mila copie.
Per creare le sue storie Davodeau ricostruisce i fatti nel loro ambiente originario documentandosi con ritagli di stampa e altri materiali autentici, al fine di entrare pienamente nella realtà che descrive fino a creare, come in questo caso, un coinvolgimento diretto.

La storia de “Les ignorants” è semplice: Étienne Davodeau, disegnatore conosciuto in tutto il mondo per i suoi reportage a fumetti, non sa nulla di vino; Richard Leroy, celebre produttore bio della Loira, non sa nulla di editoria. Trascorrono un anno insieme, tra vigne e tipografie. Un’educazione reciproca che è al tempo stesso un modo per raccontare il mondo dei vini e quello dei libri. Davodeau impara a potare e a scegliere una barrique e Leroy ad assistere alla messa a punto di stampa con il lentino contafili. “Les ignorants” è viaggio comune all’origine delle cose. È un modo per capire cosa significa oggi la qualità del lavoro e un’opera artigianale. L’uomo artigiano di Davodeau, come quello di Richard Sennet, è esattamente il contrario dell’uomo flessibile e precarizzato. Scrive Sennet in “L’uomo artigiano” (Feltrinelli 2012).

“L’artigiano è la figura rappresentativa di una specifica condizione umana: quella del mettere un impegno personale nelle cose che si fanno”.

L’artigiano è colui che unisce al lavoro delle mani quello della testa, puntando alla qualità di ciò di cui si occupa. È colui che sa fare bene le cose per il proprio piacere, che attraverso una regola di vita semplice e rigorosa è in grado di sviluppare cose raffinatissime sapendo dosare autonomia e rispetto delle regole e per questo può essere un cittadino giusto.
E l’ignoranza a cui si richiama il titolo, è salutare, perché in questo percorso di vita rende liberi da pregiudizi.
Nel libro una degustazione di vini del 1989 si conclude con Étienne che vuota nel lavandino l’unica bottiglia che gli “dice meno”. Il vignaiolo ride: “È stupendo con quelli che non ne sanno nulla. Per non pochi ‘intenditori’, ciò che hai appena fatto sarebbe un sacrilegio”. Era un vino da centinaia di euro “e tu, da ignorante, ti autorizzi a non amarlo”. Quando Davodeau fa leggere al vignaiolo le storie di “Watchmen” di Alan Moore, la reazione è identica: Richard si annoia e si addormenta.
“Les ignorants” è anche un grande libro sull’amicizia e di come questa possa diventare ricerca di verità. Su questo tema, il filosofo Ivan Illich, in un testo intitolato “Amicizia” pubblicato in “I fiumi a nord del futuro”, (Quodlibet 2009), scrive.

“Volevo capire se fosse possibile creare legami umani di reale, profondo coinvolgimento in occasione e con i mezzi della ricerca condivisa; e volevo anche spiegare come la ricerca della verità possa essere perseguita in modo ineguagliabile intorno a una tavola da pranzo, davanti ad un bicchiere di vino, e non in una sala conferenze. Se l’espressione ‘ricerca della verità’ fa sorridere la gente e fa pensare che io appartenga a un qualche vecchio mondo, ebbene sì, vi appartengo”.

“Les ignorants” inizia con la potatura sotto la neve: mentre tagliano i vecchi tralci dei tre ettari che compongono il Domaine Les Noëls de Montbenault, nella Valle della Loira, Richard inizia a spiegare a Étienne che ogni pianta va trattata con la sensibilità che va riservata a tutti gli esseri viventi.

“Quello che guardo, che mi intriga e che cerco di comprendere è ciò che lega questo strano tipo alla sua vigna. È molto più della storia di una parcella catastale e del suo proprietario”.

Agli occhi di Richard, la terra è un’entità vivente e complessa, di cui egli è compagno attento.
Capitolo dopo capitolo, il libro diventa un racconto sul mondo di un produttore che rinuncia alla chimica per la biodinamica. Dalla potatura lenta e precisa di cui Richard dice: “Si fa di tutto per mantenere il controllo sul proprio lavoro il più a lungo possibile, ma nello stesso tempo lasciare un vero spazio al caso, all’imprevisto, alla natura”, alle etichette prive del logo bio: “Voglio che le persone bevano i miei vini perché sono buoni e basta”, fino all’impatto con un inviato dell’americano Robert Parker. Si aggira nella cantina privo di curiosità e passione, pensando ai voti ai vini in centesimi, ai punteggi che esprimono, riflette Richard, “il pensiero dominante”, in cui terroir, clima, lavoro del vignaiolo, “passano in cavalleria. Ma una bottiglia di vino sarà pure diversa da un compito di matematica!”.
E qui Richard pronuncia la frase che racchiude tutta la sua filosofia legata al vino e al libro di Davodeau.

Robert Parker “Si limita a fare la degustazione. È una sua scelta, ma questa tendenza a isolare il vino dal suo contesto mi innervosisce. Non bisogna travisare: il vino è un modo per distendersi, è un punto d’incontro, un legame fra le persone!”.

Questo è il ‘vero’ Richard Leroy in un’intervista tratta “La Clef des Terroirs” un film sul vino e l’agricoltura biodinamica di Guillaume Bodin.

Richard Leroy – Vins de la Vallée de la Loire from Dahu Production on Vimeo.

L’impollinazione interculturale è parte integrante della storia del fumetto, è ciò che permette agli autori di crescere e di reinventare il loro lavoro generazione dopo generazione. In questo caso, il legame tra cibo e fumetti una volta seminato in Francia con “Les Gouttes de Dieu”, ha contribuito nel far nascere una moltitudine di magnifici nuovi esperimenti.

Un’altro omaggio francese agli ‘amici’ del vino è “Mimi, Fifi & Glouglou: Petit traité de dégustation”, Epure 2013 di Michel Tolmer (“Mimi, Fifi & Glouglou. Piccolo trattato di degustazione”, Edizioni Estemporanee 2014).
Tolmer è un bravo illustratore – ha ideato le etichette del Bourgueil Trinch di Catherine e Pierre Breton e dello champagne per Anselme Selosse – ed è un appassionato conoscitore di vini naturali. Con Philippe Quesnot e Sylvie Augereau ha aperto il blog “Glouguelle. Pour le hommes de glou”, dove ha iniziato a pubblicare le bandes dessinées di Mimi, Fifi e Glouglou, tre intenditori di vino che sembrano usciti dal film di Georges Lautner, “Les Tontons Flingueurs”.
Mimi, Fifi e Glouglou amano il vino. Amano degustarlo. Amano parlarne. E i loro dialoghi sono esileranti, memorabili. Tolmer ha una scrittura degna dell’humour fulminante di Michel Audiard.
Un esempio tra i molti: nella degustazione di una bottiglia la competizione tra i tre diventa un crescendo di superlativi. “Il colore è da sturbo”, “Senti che cazzo di naso”, “Da pippa!” “Un vino così ti manda fuori di testa”, “È la fine del mondo, “Una bomba atomica!”, Meglio di un pompino”… Poi la richiesta di uno dei tre: “Bene, cosa scriviamo?” E gli altri due a dettare: “Naso fresco dagli aromi delicati e persistenti di rosa rubiginosa… unita a purissime note di violetta e peonia… bocca avvolgente e resa viva dalla finezza cristallina… di eleganza e sensualità…”.

In “Mimi, Fifi & Glouglou”, c’è un po’ di Molière e un po’ di situation comedy.
A differenza Stephen Davodeau, che è essenzialmente interessato a come si produce il vino, Michel Tolmer racconta con ‘sens de l’humour’ come lo si beve.
In sessanta ‘scene’ divise in sette capitoli che compongono il libro, Mimi, Dewey e Glouglou, a volte sembrano le Magdelon e Cathos di “Les Précieuses ridicules” (“Le preziose ridicole”) di Moliere. Come quando Fifi si scaglia contro i degustatori che non supportano l’anidride carbonica nei vini rossi: “Basta tenerlo un po’ aperto. Che problema è?”, “Con un po’ di bolle cosa potrà mai succedere?” E dopo un’apertura esplosiva della bottiglia, con il rosso che schizza da tutte le parti, del vino non rimane più nulla.
Michel Tolmer ironizza sugli esperti che uccidono l’amore per il vino schiacciandolo sotto il peso di assurde lessicologie e di infinite descrizioni tecniche. In questo c’è un legame con Mario Soldati, che in “Vino al vino” – il racconto di tre viaggi da lui compiuti attraverso l’Italia alla ricerca dei vini genuini – scrive.

“Chi conosce le viti, raramente sa apprezzare il vino: non diversamente, i sommi linguisti poco godono la letteratura. E viceversa. Ma diffidate, amici, diffidate sempre, in tutti i campi, e specialmente in quello del vino, diffidate, quando li incontrate (…) Perché ogni arte, sebbene si studi e si debba studiare, in fondo può soltanto essere amata. E quando si ama, amici, non si sorride mai da conoscitori“.

Ma in questa ironia verso il potere c’è anche un gesto di ribellione, di ‘resistenza naturale’, dei piccoli produttori francesi e di quelli italiani come hanno bene documentato autori come Jonathan Nossiter e Giulia Graglia.
Il sorriso da ‘conoscitori’ di Mimi, Dewey e Glouglou è dunque intriso di umorismo e autoironia, è una ‘contestazione gioiosa’, è un invito a unire il sorriso a una riflessione critica.
Come quando Tolmer fa dire a Mimi, davanti agli altri due che lo guardano sempre più perplessi: “Grazie non ne ho più voglia”, “Ne ho le palle pieno di tutto questo!”, “Ma non trovate, alla fine una rottura di palle passare tutta la vita ad assaggiare vini?”, “Il mondo è a ferro e fuoco e siamo qui a romperci la testa per capire se è della grenache o mourvèdre?”, “ Scusatemi, ma non ne posso più mi è passata la voglia. Non sono più motivato”. Per concludere con un “Comunque, vediamo un po’… Al colore non mi meraviglierei che fosse del pinot…”.

Due autori particolarmente interessanti che uniscono la forma diaristica, a le ‘bande dessinée’ sono Christophe Blain e Guillaume Long.
Con “En cuisine avec Alain Passard”, Gallimard Bd 2001 (“In cucina con Alain Passard”, Bao Publishing 2014), Christophe Blain ha realizzato un libro a metà strada fra un reportage-intervista e un ricettario (lui lo definisce una bande dessinée con ricette).
Christophe Blain è uno dei più talentuosi fumettisti internazionali. I suoi progetti sono legati ad autori come David B., Lewis Trondheim e Joann Sfar. Ha pubblicato albi memorabili come “Gus”, Dargaud 2007/2008 (tradotto in Italia da Coconino Press 2014), e con la sceneggiatura di Abel Lanzac “Quai d’Orsay – Chroniques diplomatiques”, Dargaud 2010 (“I segreti del Quai d’Orsay”, Conconino Press, 2011/2012) un fumetto che raccoglie i racconti di un navigato responsabile del ministero degli Esteri francese.
Per realizzare “En cuisine avec Alain Passard”, Blain diventa per tre anni l’ombra di Alain Passard, chef e proprietario del ristorante tre stelle Michelin “L’Arpege” – indiscusso protagonista della ‘cuisine légumière’ – riuscendo a catturare il significato estetico, spirituale e politico del suo lavoro.
Il segno di Blain è apparentemente semplice, veloce, stenografico, talvolta da quasi l’impressione di essere improvvisato, ma basta leggere qualche pagina per capire che tutto è studiato alla perfezione per offrire un disegno abbia la velocità del pensiero, delle associazioni e delle sperimentazioni culinarie di Passard.

“En cuisine avec Alain Passard” trasmette più di ogni fumetto che ho letto, l’esperienza, la passione e l’arte di creazione di un grande chef. Nel manga di cucina “Kinou Nai Tabeta” (“What did You Eat Yesterday?”) abbiamo visto come Fumi Yoshinaga descrive le ricette e metodi di preparazione dei piatti giapponesi, ma Blain si concentra meno sulle tecniche specifiche per concentrasi sulla visione, sui concetti e sulle idee che stanno dietro la cucina di Passard.
Il dialogo tra Blain e Passard esprime benissimo l’anacronismo di un cuoco che non ama apparire ma stare ai fornelli, che ama cucinare le verdure con l’olio di carote, sminuzzare chirurgicamente i vegetali, creare combinazioni cromatiche. Un dandy ‘in trance perenne’ che esercita la sua autorità senza mai alzare voce. Un agire che lascia da parte la pesantezza haute: “La lepre alla royale? È un piatto che ti resta sullo stomaco per due giorni”, spiega a un certo punto, “per me manipolare un animale morto è spossante, solo a pensarci mi fanno male gli occhi”. Il sogno di Passard è apprezzare carote e melanzane esattamente come si apprezzerebbe un buon vino. Nella sua visione per l’orticultura francese, “ogni verdura sarà un Grand Cru”.
La parte più interessante del libro è la gita di Blain nell’orto di Fillé sur Sarthe di Passard a 2 ore d’auto dalla Capitale, 4 ettari di terreno coltivato e 55 di foresta da cui proviene la gran parte delle verdure che troverete alla sua tavola di Parigi. “Da qui”, spiega Sylvain, l’orticoltore ufficiale dello chef, “escono 4 tonnellate di pomodoro all’anno e 2 e mezzo di cipolle. Li vedi quei meli? Ognuno dà vita a una varietà di frutto diverso”. Essenziali per fare il “Bouquet de rose”, la celebre rivisitazione della torta di mele, “la migliore ricetta che mi sia mai venuta”, dichiara a un certo punto Passard.
Quello della Sarthe è solo uno delle tre coltivazioni dell’Arpège: di suolo sabbioso, è perfetto per coltivare anche asparagi, carote e porri rigorosomante bio. Ma poi c’è anche quello argilloso dell’Eure, terreno fertile per cavoli o sedani rapa e quello alluvionale della Manche, coltura perfetta per le erbe aromatiche.
Infatti in questo libro ogni verdura diventa una vera e propria opera d’arte, e Blain ben presto inizia a capire che le tecniche di composizione di Passard, dalla disposizione delle verdure sul tagliere, nel cesto nell’orto e nei piatti non sono poi tanto diverse da quelle che utilizza lui stesso nelle sue tavole di carta.
Ma coglie anche quanto la vita dello chef sia molto diversa dalla sua: le ore di lavoro (Passard finisce la sua giornata alle 3 del mattino e si alza alle 7 per iniziare successivo), la politica (il ristorante è un luogo dove si mischiano potere e affari), gli ammiratori (come Blain confessa in un momento di beatitudine postpranzo, “Se fossi una donna, sarei una groupie di Alain Passard”). In cucina con Alain Passard potrebbero essere il perfetto fumetto di cucina, in particolare per i Foodie interessati ai dietro le quinte dei ristoranti a tre stelle.
Verso la fine del libro Blain chiede a Passard, “Vai mai in vacanza?”, “Mai”, risponde lo chef, “le vacanze sono per la gente che lavora”.

L’ultima ‘bande dessinée’ di cucina di cui voglio parlarvi è, “À boire et à manger”, volume 1, volume 2 (il volume 3 è in uscita), Gallimard Bd 2012/2015 di Guillaume Long (“Cotto a puntino. Appunti per una cucina migliore” volume 1, Bao Publishing, 2014).

Long è un autore di fumetti di Ginevra che dal 2009 gestisce con grande seguito un blog di cucina per il quotidiano Le Monde. Scorrendo le pagine del blog scopriamo che ama il rito della raclette, è affascinato dai prodotti della Coop, adora i pomodori sardi (“di gran lunga il miglior pomodoro che abbia mai assaggiato!”), le orecchiette alla barese, la pasticceria Gerbeaud a Budapest (“una specie di mecca per le ragazze”) e che non può fare senza il bistrot Chez Xu di Losanna (la striscia è assolutamente esilarante). Long è un disegnatore di talento che nel blog riesce ad annotare immagini, emozioni, aspirazioni, ricordi, momenti di felicità, di sorpresa, di ispirazione. Dettagli essenziali sulla cucina e sulla sua vita, che come ha scritto in un bel libro Françoise Héritier, rappresentano il sale (e il pepe) della vita.
Long dice che tutto quello che scrive sul blog è vero al 100%. Soprattutto le cose che ci sembrano essere più stravaganti. La Chevrolet convertibile rossa. Le mutande arancioni. Il gatto pettinato con lo “Spirelli” taglia verdure. Il tentativo di decimare la famiglia scambiando l’aglio orsino per delle tossiche foglie di mughetto. Le vacanze su una terrazza di Venezia assaporando sogliole grigliate. Il racconto della leggenda Svizzera sulla Fera del lago Lemano (da cui si capisce che Long ha le sue radici in questa zona)…
I personaggi delle sue storie? Sono molto, molto, divertenti: Pepe Roni un baffuto vecchietto con occhiali che offre consigli e gioca con le parole. “Pepe Roni? Uh no, in realtà non esiste, ho creato questa mini-sezione per poter giocare con parole stupide”. Il suo amore Nancy, il sapiente Joel Reblochon, in nuovo amico Florian (un cuoco che ha incontrato andando con il carsharing in piscina). Guillaume stesso, un mix improbabile di Jamie Oliver e di Woody Allen.
Le ricette? Tante. dal “piatto che può vantare l’unione tra un indiano, uno spagnolo, un greco e un marocchino” (una squisita insalata di cocomero e feta) ai “Trucchetti per l’aperitivo …in pochissimo tempo”; dall’”Idivia, arance candite e noci di capesante in padella”; alla ricetta “Corvo in brodo”, famoso piatto di famiglia tramandato dal nonno dal letto di morte (“girare di tanto in tanto la pietra con la forchetta, quando diventa tenero, la cottura, è finita!“). Ma al di là delle ricette, in tutte le pagine di “À boire et à manger” c’è sempre una storia divertente che prevale.
In questa graphic novel, ho trovato molta Italia, a cominciare dal capitolo, “Il miglior caffè del mondo” (prima parte e seconda parte), che viene dedicato alla moka, (quella inventate da Alfonso Bialetti nel 1933), di cui Long dice: “Le amo, le coccolo. Potrei dare loro un nome, ecco… Non esiste nessuna macchinetta del caffè, per me c’è solo la caffettiera”. L’omaggio all’Italia continua con “Viaggio a Venezia”, tratto da un Carnet di viaggio che possiamo vedere sul blog (Carnet de Venise N°1, Carnet de Venise N°2, Carnet de Venise N°3 e Venise (suite & fin), in cui alla buona cucina si mescola il racconto dei paesaggi e degli scorci della città.

Il sito internet di Étienne Davodeau http://www.etiennedavodeau.com
Facebook: http://on.fb.me/1ysAySM
Intervista a Étienne Davodeau al festival d’Angoulême (YouTube): https://youtu.be/y8HfP5v3ly0
Intervista a Richard Leroy (YouTube): https://youtu.be/MoMyFGmxjb0

Facebook di Michel Tolmer: http://on.fb.me/1OQ3Bdu
Il sito internet “Glougueule” (Michel Tolmer, Philippe Quesnot, Sylvie Augereau): http://www.glougueule.fr

Facebook di Christophe Blain: http://on.fb.me/1GGSnEw
Intervista a Christophe Blain, Conversazioni sul fumetto: http://bit.ly/1HeYVZ2
Christophe Blain évoque les cuisines d’Alain, Vogue Francia (Vimeo): https://vimeo.com/25077914
Les clichés selon Alain Passard (YouTube): https://youtu.be/ixoJ2iKPJAw
Alain Passard descrive la torta “Bouquet de roses”: https://youtu.be/ApaWfFIwI4g
L’orto di Alain Passard presentato dal primo giardiniere de l’Arpège (YouTube): https://youtu.be/NqZ7pOJlv28

À boire et à manger. Il blog di Le Monde di Guillaume Long: http://long.blog.lemonde.fr
Blog di Guillaume Long http://guimelon.tumblr.com/
Il sito internet “Visuel ou logo”: http://longg.ultra-book.com/
Instagram: https://instagram.com/0c0abam/
Angoulême 2014, intervista a Guillaume Long: http://bit.ly/1xPeszd

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