Il bisogno di credere nel mondo.

“Abbiamo bisogno di un’etica, di una fede, e questo fa ridere gli idioti; non è un bisogno di credere a qualcosa d’altro, ma un bisogno di credere a questo mondo qui, di cui gli idioti fanno parte”. Non è una fede che riguarda l’essere nel mondo, è l’essere nel mondo. Ed è una fede di tipo sperimentale, poiché è tutta questione di essere in questo modo, guerre comprese, e non in un qualche altro modo perfetto o in un futuro migliore. Una fede etica, sperimentante – e creativa, dal momento che la nostra partecipazione nel mondo è parte di un divenire globale.

Shop till you drop!

L’idea che possedere un cellulare significhi comunicare è una falsa idea. Per comunicare è necessario che ci sia un supporto infrastrutturale in grado di accogliere le persone nel tipo di comunicazione che quel cellulare richiede, come anche una modalità critica. Forse per questo motivo nel costante processo di “rimediazione” dei rapporti sociali, oggi la pubblicità ha assunto l’importante ruolo di raccontare la storia di false promesse.

Ritorno di classe.

Mi sembra interessante riflettere sui motivi per cui oggi stiamo assistendo a un ritorno della classe come principio secondo il quale si distribuisce la possibilità di ‘civilizzarsi’. C’è una specie…

Abbiamo bisogno dei Black Bloc?

In “Rallentiamo il potere”, un testo pubblicato in questo blog, ho sostenuto la tesi che il rallentamento possa essere considerato un’idea autenticamente anticapitalista. A questa considerazione, desidero aggiungerne altre due: che il dissenso presti attenzione alla ‘varietà’ (alla molteplicità dei movimenti politici di opposizione) e alla ‘convergenza’. In modo particolare ‘imparare a convergere’ può rappresentare una nuova e potente idea se smettiamo di cercare un principio che farebbe convergere la varietà e proviamo a pensare alla convergenza come a un processo impegnativo e creativo.

Il prodotto siamo noi.

Oggi i prodotti sono sempre più spesso una proprietà intellettuale della quale compriamo i diritti d’uso, non più un oggetto che acquistiamo.
Se acquistiamo un libro, possediamo quell’oggetto. Al contrario, se acquistiamo un pacchetto software, non stiamo acquistando un oggetto, quanto piuttosto un insieme di funzioni. Stiamo comprando il diritto di utilizzo di quelle funzioni, e tutto ciò che è ad esse collegato. Stiamo in sostanza comprando il diritto a poter fare delle cose. La proprietà diventa sempre meno importante in sé, conta la “convertibilità”.

La rivoluzione non si fa ‘una volta per tutte’.

In questo periodo di intenso dibattito sui temi dei beni comuni e dell’economia collaborativa, stiamo incominciando a vedere lo scambio al di fuori del possesso e a considerare altre possibilità per il dono e per la speranza. In questo senso credo di percepire due dimensioni.

Camminare è una caduta controllata.

In ogni situazione esiste un margine di movimento, un dove possiamo andare o un cosa siamo in grado di fare. Questo margine di movimento possiamo chiamarlo “affetto”, o anche “speranza”. Affetto o speranza significano che è meglio ci concentriamo sul prossimo passo con intensità, piuttosto che ci limitiamo ad immaginare ciò che vorremmo accadesse come un bel quadretto utopistico.